Diario di viaggio: Napoli

Primo giorno, martedì.

Il treno arriva a Napoli centrale in perfetto orario, dopo due ore di viaggio assolutamente confortevoli.
Per prima cosa vogliamo liberarci dai bagagli e pensiamo dunque di recarci subito in albergo.
Optiamo per una camminata lungo Corso Umberto (una bella passeggiata per chi non è particolarmente avvezzo a muoversi a piedi), evitando di prendere mezzi pubblici o taxi, viste le voci poco rassicuranti sul loro conto. Peccato che nessuna delle nostre conoscenze napoletane, consultate prima del viaggio, ci abbia parlato di una stupenda ed efficientissima metropolitana che scopriremo solo al ritorno grazie al personale dell’ albergo (io, poi, non ci avevo minimamente pensato, dato che nemmeno immaginavo la presenza di una linea di trasporti sotterranea a Napoli!). Arriviamo comunque in hotel non senza essere già stanchi ed affaticati. La strada, ripeto, non è pochissima ed in più, non conoscendo bene la città, l’abbiamo anche allungata parecchio.
Mettiamoci poi gli zaini ed i giubbotti che hanno appesantito i nostri passi e, complice anche il caldo, ci hanno fatto sudare così tanto da costringerci a fare una sosta all’ombra del Maschio Angioino (o Castel Nuovo, da non confondere con Castel dell’Ovo che visiteremo più tardi). Non ci crederete ma fatichiamo anche a trovare l’albergo, situato al terzo piano di un edificio che ha peró un portone anonimo, per non dire insignificante. Comunque la sua posizione è invidiabile: ci troviamo in una traversa di Via Toledo (chiamata comunemente dai napoletani via Roma, non tanto perché si tratta di una delle arterie principali della città, quanto per un discorso di “italianizzare” la toponomastica risalente all’epoca del fascismo) e un’uscita della Galleria Umberto che dá sul Teatro San Carlo e su Piazza del Plebiscito. È proprio lì, davanti al Vero Caffè del Professore (“vero” perché altri tre-quattro bar sfruttano la stessa insegna e la sua notorietá, ma sono solo imitazioni), che abbiamo appuntamento con due conoscenti napoletani. In realtá la mia conoscenza è una e si tratta del ragazzo di Valentina di Alius et Idem, il quale è stato gentilissimo e disponibilissimo nell’accompagnarci per un giro e nel fornirci qualche dritta e consiglio utile per la visita alla città. Con Andrea e il suo amico Michele facciamo due chiacchiere e due passi sul lungomare fino ad arrivare a Castel dell’Ovo che visitiamo entrandoci gratuitamente. La rocca, a picco sul mare, è molto suggestiva: dalle sue terrazze fotografiamo il golfo, la cittá affacciata sul mare ed il Vesuvio, sotto il cui sguardo vigile abbiamo intrapreso la nostra passeggiata. Continuiamo lungo via Partenope e, prima di arrivare a via Caracciolo, giriamo per via Calabritto, la strada delle grandi firme, fino a sbucare nel quartiere Chiaia, elegante con i suoi vialetti alberati e le sue isole pedonali: un’oasi di pace dal chiasso del capoluogo partenopeo. Ci separiamo dai ragazzi quando torniamo al punto di partenza, ovvero via Toledo, che percorriamo insieme ancora per un breve tratto. Dopo un pranzo a base di fritti (pizza, crostoni, frittate… Una bomba! Questi napoletani cucinano troppo pesantemente per il mio stomaco…), decidiamo di raggiungere il Vomero, il quartiere alto e altolocato di Napoli, sicuramente più residenziale di tutti gli altri. La funicolare ci porta fino a Piazza Fuga, dalla quale ci spostiamo per arrivare a Piazzale San Martino, belvedere che si trova antistante a Castel sant’Elmo, il terzo di Napoli. Ogni città ha il suo particolare aspetto, i suoi colori e le sue peculiaritá dall’alto: tetti, fiumi, piazze, cupole. Ecco, Napoli non ha niente di tutto ció. Il mare e Piazza del Plebiscito non sono visibili dal Vomero, il cui panorama è più che altro sul centro storico, attraversato da una strettissima viuzza che taglia in due i densi agglomerati urbani caratterizzanti, più di ogni altra cosa, l’articolazione cittadina. Case, case e solo case. Palazzi che si arrampicano gli uni sugli altri, finestre dietro finestre e spazi tra un edificio e l’altro che non sono che vicoli, angusti ed impraticabili. Spaccanapoli è quasi una  ferita nel tessuto architettonico che cresce in altezza e non in larghezza, tanto da rendere questa lacerazione ancora più profonda. E poi si vedono distintamente quelli che sono i Quartieri Spagnoli, i quali si sviluppano in salita (alcune di queste talmente ripide che sono loro stesse a  scoraggiare l’entrata, oltre ovviamente al fatto che la zona è quella con il più alto tasso di criminalità) e da un lato di via Toledo che funge da chiaro spartiacque. Di chiese, cupole o campanili nemmeno l’ombra, cosicché l’occhio si concentra sul panorama di case, ingarbugliate e fitte, tanto che lo sguardo fa fatica a districarsi nel labirinto di viuzze e costruzioni da cui non riesce a trovare una via di fuga. Scendiamo dalla collina del Vomero e facciamo
ancora due passi tra i negozi di via Toledo e poi sul lungomare, trattenendoci diverso tempo seduti al Borgo dei Marinai sotto Castel dell’Ovo, che, con il suo porticciolo e le luci soffuse dei lampioni, è un vero e proprio angolo di paradiso. Attendiamo così che arrivi il tempo della cena e, dopo un’ottima mangiata di pesce (ottima, sì, ma non poi così economica come doveva essere) torniamo sui nostri passi e ci concediamo un caffè (il secondo, dopo quello alla nocciola post pranzo, ma questa volta classico) nello storico bar Gambrinus di piazza Plebiscito. Eccellente ed impeccabile è certamente la bevanda, ma anche il modo in cui è servita: la tazza è bollente perché riposta, una volta lavata, su di un piano da cui salgono getti di vapore a 100 gradi. Ecco dunque che occorre prendere un piccolo accorgimento per evitare di bruciarsi la bocca: si sparge con il cucchiaino un goccio di caffè lungo il bordo della tazza ove si poggiano le labbra per bere ed il caffè, più freddo del suo recipiente, non fa più “scottare” la tazza e permette di godersi l’espresso come meglio conviene.

Secondo giorno, mercoledì

Lasciamo da parte il lungomare e ci addentriamo nella Napoli dell’entroterra. Percorriamo via Benedetto Croce (la cosiddetta Spaccanapoli, appunto) che tocca i principali punti turistici del centro storico. La prima tappa è Piazza del Gesù, sulla quale si affaccia l’omonima chiesa ed il monastero di Santa Chiara. Da visitare è indubbiamente il chiostro, un luogo magico e appartato, un giardino di pace e tranquillità, ove crescono alberi di arance e di limoni e dove i tralci corrono sinuosi intorno alle colonne decorate con maioliche colorate. Avremo potuto rimanere lì dentro per ore, immersi in un’atmosfera idilliaca che ci allontanava completamente dal baccano proveniente dall’esterno, dai rumori e dalle urla della Napoli cittadina. Avevano scelto bene, le clarisse, il loro luogo di preghiera e meditazione! Il tempo però stringe, quindi torniamo sulla nostra via e continuiamo a percorrerla fino a raggiungere la Cappella di San Severo, famosa per la statua del Cristo Velato dello scultore Sanmartino. Le morbide pieghe del velo, la trasparenza che lascia intravedere le membra coperte, il delicato ricamo sui bordi e l’impressione di impalpabilità, immaterialità, leggerezza rendono l’opera un vero e proprio capolavoro. La leggenda vuole che il velo fosse in realtà autentico e si sia “marmorizzato” sopra il corpo statuario che rivestiva. Fatto sta che l’intera cappella risulta essere un luogo mistico ed esoterico, specchio dell’anima di colui che la volle, il principe di Sansevero appunto, noto mecenate, artista, letterato, nonché alchimista. Dopo la visita alla cappella abbandoniamo via Benedetto Croce e giriamo a sinistra per via San Gregorio Armeno, particolarmente famosa, specie sotto Natale, per essere la strada dei presepi. In qualsiasi periodo dell’anno ci sono, comunque, espositori di statuette e di capanne, oltre ovviamente a rivenditori di souvenir ed oggetti ricordo di ogni sorta. La via, in leggera pendenza, termina a Piazza San Gaetano, dove avrà inizio la parte più interessante della visita a Napoli: Napoli sotterranea. Il percorso, della durata di circa due ore, è esclusivamente guidato e si snoda tra i vari cunicoli che collegano le cisterne di quello che era un acquedotto attivo dall’epoca greco-romana fino alla metà del 1800. Acquedotto a sua volta
ricavato dalle cave di tufo giallo, materiale di cui i greci, i primi ad arrivare nella Neapolis, si servirono per costruire la città in superficie. La storia di queste viscere non finisce qui: chiuse dal Regno d’Italia per evitare che un’epidemia scoppiata in città dilagasse nei suoi sotterranei, verranno riscoperte durante la II guerra mondiale, quando la popolazione civile le impiegó come rifugio antiaereo. La visita, suggestiva e misteriosa, è forse l’attrazione più meritevole di tutta la città, comprendendo inoltre l’esplorazione degli scantinati di alcune abitazioni (i caratteristici “bassi”, così chiamati perché costruiti al livello strada, come fossero negozi) che presentano resti di un antico anfiteatro, usato a mo’ di fondamenta per l’edilizia cittadina delle varie epoche. Estasiati dalle meraviglie e dai segreti del sottosuolo, riemergiamo in superficie (risalendo ben 121 gradini, oltre a tutti gli altri fatti e rifatti durante il percorso) e non vediamo l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. La pizza è d’obbligo, così come l’ultimo caffè e l’ultima passeggiata sul lungomare partenopeo.
Giunta l’ora di andare in stazione e di salutare la città, ci incamminiamo verso l’albergo per riprendere i bagagli depositati durante la giornata, e ci fiondiamo di nuovo sottoterra, poiché, evidentemente, siamo rimasti colpiti dall’esperienza appena fatta. Questa volta si tratta però di sotterranei moderni, avveneristici, giudicati tra i più belli d’Europa. Niente da dire infatti: sia la fermata di via Toledo che quella di Piazza Garibaldi (in corrispondenza della stazione centrale) sono favolose. Non sembra di essere a Napoli, visto che i  colori e le architetture mi ricordano molto quelle della stazione di Zurigo!

Ora, al termine di due giorni, come al solito intensi (con me i viaggi non sono mai riposanti… e che viaggi sarebbero altrimenti? Vado a farmi una vacanza allora!), nel capoluogo campano, distesi sui sedili del treno con gli occhi che ci si chiudono dal sonno, stremati anche dall’attesa di 90 minuti per via di un insostenibile ritardo, ci viene da pensare, nell’istante in cui ci guardiamo l’un l’altro: “Siamo ancora vivi. Sfiniti, esausti, ma vivi. Forse è questo il senso del detto: vedi Napoli e poi… muori”.

16 risposte a “Diario di viaggio: Napoli”

  1. Li avete sfruttati al massimo questi due giorni, complimenti!
    Io, quando ci sono stata, non ho visto quasi nulla, ma ero in compagnia di persone a cui non interessava particolarmente girare, quindi più di vedere Mergellina e un paio di mercatini non ho fatto. Mi dispiace molto, ma sono sicura che la prossima volta mi rifarò.
    Anzi mi appunto qualcosa da quello che hai visto tu! 🙂

    Sono contenta che vi siate visti, pensa che così sei riuscita a rivederlo tu prima ancora di quando ci riuscirò io! Ahahahah

    1. Eh sì, come ho scritto, i viaggi con me sono così: bisogna trarre il massimo dai luoghi. Anche perché.. Quanto tempo passerà prima che ci tornerò? Ed ancora: cosa avremo dovuto fare in una città che praticamente era nuova per entrambi (Army c’era stato con la scuola, ma puoi immaginarti come erano i suoi ricordi…)?
      Per esempio non siamo andati alla Mergellina perché era parecchio lontana da raggiungere a piedi e scomoda in ogni caso da raggiungere con i mezzi. Ci siamo concentrati nelle zone centrali.
      Segna pure qualche posto e vai sottoterra, perché sia la metro che Napoli sotterranea meritano tantissimo! Comunque con una guida “locale” come Andrea avrai solo l’imbarazzo della scelta! 🙂 Vedrai che presto vi organizzerete… D’altronde ci vuole poco a prenotare un volo! 😉

      1. Grazie!
        Sì, sì, infatti c’è un progetto quasi avviato. Prima “non c’ero” io, con la tesi e tutto quanto sono stata molto distratta e non ce la potevo fare a stare con lui tranquillamente. Adesso lui si allontanerà da casa (va a lavorare da un’altra parte), ma tra un paio di mesi salgo io e lo raggiungo là, così mi faccio qualche giorno di break. Voglio solo concludere con quest’università per essere più libera. Ormai manca poco 🙂

        1. Ottimo! Ci ha detto un po’ di quelli che sono i suoi programmi futuri.. Non male come posto dove prendersi un break! 😉 Comunque ti capisco, l’università ti assorbe un sacco energie e soprattutto di tempo, tanto che non ne hai altro da dedicare ad.. “Altro” appunto. 🙂
          Fammi sapere della laurea comunque!

          1. Ah ecco, allora sai già tutto. Ecco, io vado da quelle parti, e siccome parto con mia madre che approfitta per farsi qualche giorno con delle cugine che abitano a Roma e Venezia (ma io sarò indipendente), andiamo in un albergo con spa. Più relax di così??? 😀
            La laurea è lunedì prossimo, il 17. Finalmente!

          2. Wow, ve lo meritate dai, più che altro per tutto il tempo che avete passato distanti l’uno dall’altro! La Toscana poi è una terra che ispira davvero relax, spensieratezza, serenità…
            Vicinissima la laurea! Oh mamma, io sarei agitatissima! Ma almeno hai finito, che bello, assaporo anche io questo momento!

  2. Non si può certo dire che tu sia una viaggiatrice impreparata e poco curiosa. Tutt’altro. Brava! 🙂

    Anch’io quando visito una città nuova cerco di farmela entrare dentro prima di ogni cosa e il modo migliore per farlo è coglierne le bellezze, la sua storia, i suoi vissuti e l’atmosfera che si respira.

    1. Eh no, la curiosità non mi manca, ma in tutto! In viaggio pensa un po’…! Cavolo, ma chissà quanto tempo passerà prima che tornerò in certi posti, dovrò assaporarli per bene prima di non assaggiarli più per una vita?

  3. Ma sai, è importante il primo approccio con una città, credo che da quello dipenda tutto. Io per esempio adoro Parigi, ma non solo perché è una bellissima città, ma anche perché la prima volta che l’ho visitata l’ho vista nel modo giusto, nei tempi e nella scelta delle cose da vedere.
    Beh, ero anche con la giusta compagnia… 🙂

    1. Lo stesso vale per me! Io l’ho vista solo una volta, ma mi è rimasta nel cuore! Così come è ancora nel mio cuore la persona con la quale sono andata! Comunque bisogna sempre fare in modo che l’approccio con la città sia positivo, altrimenti.. Che ci sono andata a fare?! Viaggiare è entrare in sintonia con il mondo 🙂

  4. Hai detto una cosa bellissima, “Viaggiare è entrare in sintonia con il mondo” e con se stessi aggiungo.

    Per quel che mi riguarda è difficile che non abbia un approccio positivo con una città, anzi, essendo anche io molto curioso, cerco di viverla facendomela entrare dentro un po’ per volta, entro nei portoni, curioso nei cortili, e spesso cammino con la testa per aria, anche un bel cornicione può raccontare tante cose.

    Insomma, è bello viaggiare. 🙂

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