Diario di viaggio: Torni a Napoli e poi…

Chissà quanti di voi, prima di una partenza per Napoli, abbiano ricevuto il fortunato augurio “Vedi Napoli e poi muori”, come se i  carissimi amici e parenti che lo hanno espresso sperassero in un nostro definitivo non ritorno.
Chiaramente sarebbe da cambiare il detto in “Vedi Napoli e poi ingrassi”, considerato che, nonostante tutti i chilometri percorsi, le scalinate salite e i passi conteggiati, al rientro in patria la bilancia registra sempre qualche chiletto in più rispetto alla partenza.

Ad onor del vero, è imprescindibile iniziare la giornata e il soggiorno a Napoli senza passare Da Attanasio, proprio nei pressi della stazione in piazza Garibaldi. Qui le sfogliatelle, ricce e frolle, nascono calde nel forno e regalano una fragranza irresistibile ed un profumo che causa dipendenza.
Oltre alle celebri sfogliatelle (1,30€), troverete zeppole, babà e altri dolci della tradizione napoletana. Armatevi di numeretto e pazienza: ci sarà un po’ di attesa, ma ne varrà la pena visto che…

Napule tre cose tene e belle…
O’ mare, O’ Vesuvio e e’ sfogliatelle!

Alloggiando nei pressi della metropolitana, decidiamo di acquistare un biglietto giornaliero per raggiungere il centro di Napoli tramite le vie sotterranee che sono comunque una attrazione da non perdere. Toledo è, forse, la fermata più suggestiva e significativa: le tinte azzurre, le forme ondulate delle pareti e il sapiente gioco di luci restituiscono l’impressione di trovarsi su un fondale marino e di emergere in superficie fuoriuscendo dall’acqua.
In realtà si emerge proprio in Via Roma, il corso più famoso della città che conduce a Piazza Plebiscito, al Teatro San Carlo e alla Galleria Umberto I. Inutile dire che giunti in piazza Plebiscito si apre uno scenario di assoluta bellezza, reso ancora più impagabile dalla giornata tersa e soleggiata di domenica 8 dicembre.
Turisti, residenti, venditori ambulanti, amici, coppie e famiglie si riversano sul lungomare Caracciolo per una passeggiata molto piacevole che, per noi come per molti altri, ha come destinazione il Castel dell’Ovo ed è sempre sorvegliata dalla presenza imponente del simbolo della città, venerato come come una divinità: o’ Vesuvio.

Superato il borgo marinaro, dove torneremo per cena, la scia del lungomare ci porta dritti dritti al quartiere Chiaia, tra le zone più signorili e ben curate di Napoli, con negozi di moda, sartorie e boutique di arte.
Da Chiaia a quartiere Sanità è un attimo, giusto un paio di fermate di treno. La differenza è abissale tanto che ci si domanda se si è ancora rimasti nella stessa città.

Sanità si snoda a partire dal Duomo di Napoli e rappresenta il ritratto più comune con il quale si identifica la città. Il mercato disordinato, caotico si sviluppa in mezzo al traffico sregolato di motorini e macchine che sfrecciano a pochissimi centimetri dai pedoni, senza curarsi di sensi di marcia, divieti e segnali stradali. Il clacson si alterna alle urla, le voci si sovrappongono ai motori borbottanti dei mezzi di trasporto, mentre il profumo di fritto si dirama nell’aria e richiama l’ora del pranzo imminente.

Qui trovano sede due locali molto noti tra i residenti, rispettivamente una pizzeria e una pasticceria. Potevamo lasciarli non visitati? Dopo una full immersion di fritti da Isabella De Cham, la reginetta della pizza fritta (a partire da €4 nel formato più piccolo ma più che abbondante, il batocchio) che propone anche frittatine, montanare e crocchè – come da tradizione – ci gustiamo un caffè e un dolce stratosferico nella Pasticceria Poppella. E’ il fiocco di neve (€1), delicato e leggero come un cristallo di neve appunto, farcito con una crema super segreta di cui nessuno conosce la ricetta.

Come anticipato e come si era immaginato, si fa presto ora di cena e si torna a mangiare di nuovo, prima ancora di aver digerito il delicatissimo pranzo, che di leggero aveva in effetti solo il fiocco di neve dopo il caffè (ah, abituatevi a berlo in una tazzina sempre bollente e di terminarlo in meno di un sorso, essendo molto ristretto).
Il delizioso Borgo Marinari nella sua piazzetta ci accoglie per una cena a base di pesce, mozzarella di bufala servita con carpacci di pesce, scialatielli e spaghetti ai ricci. Il ristorante è Officine del Mare: pesce di qualità e fresco, porzioni generose e servizio attento, sebbene leggermente pressante. Prezzo altino.

Il mattino ha l’oro e il caffè di Napoli in bocca, pertanto carichi – di nuovo – di una bella colazione eccoci divisi tra Spacca Napoli, Via dei Tribunali e Piazza Dante ad ammirare una atmosfera natalizia in pieno stile partenopeo. Niente mercatini di natale con botteghe in legno, vin brulè, souvenir e luminarie suggestive che illuminano elegantemente le piazzette. A Napoli il Natale si respira nel caos di San Gregorio Armeno, dove gli artigiani dei presepi presentano le loro creazioni, da quelle più tradizionali a quelle più grottesche, dai personaggi canonici della natività alle icone della satira politica dei nostri giorni. La viuzza è stretta e ingorgata da persone che fotografano, chiacchierano, si salutano, sostano davanti alle bancarelle più note. Insomma, un Natale meno patinato e privo di quelle canzoncine con campanellini unite a voci angeliche di bambini. Qui i bambini sono per strada a mercanteggiare e vendere la tradizione della loro famiglia.

Chiusa la parentesi Natale, la nostra destinazione rimane comunque Napoli Sotterranea, un percorso di circa un’ora e mezza davvero suggestivo e interessante, interattivo in alcuni punti e più didascalico in altri. Il costo è ridotto, €10 a persona, considerati gli anni di storia che i sotterranei di Napoli hanno coinvolto: dall’età greco romana in cui svolgevano la funzione di cisterne, al medioevo in qualità di deposito di materiale da costruzione fino alla II Guerra Mondiale ove i residenti dovevano rifugiarsi a causa dei bombardamenti.

Per concludere in bellezza e mantenere fede all’augurio di ingrassare come si deve dopo aver visitato Napoli, puntuali allo scoccar della mezza siamo in fila da Gino Sorbillo in via dei Tribunali, a pregustarci il languorino del pranzo con una pizza che, signori, è buona ma buona veramente. Inutile trovare ulteriori aggettivi qualificativi per descriverla. Quando qualcosa è buono, si sa e si dice in tutta onestà. E’ eccezionale la Margherita con Bufala Dop (€7.50) così come la Rodolfo con provola, fior di latte e prosciutto crudo fuori forno (€8). E basta, niente antipasti, niente distrazioni, niente tovaglia perché il tavolo nell’arco di 30 minuti deve essere liberato – considerate altri 30 minuti di fila, per un totale di un’oretta e l’esperienza fugace e intensa da Sorbillo è fatta!

Quindi Napoli ciao, ci mancherà il mare, il Vesuvio, la pizza buona dovunque si vada e sì, dai, anche i clacson suonati a caso e il traffico folle sui marciapiedi. Perché, in fondo, saremo sempre dei visitatori di passaggio e per i nostri occhi ci sarà comunque qualcosa da ricordare.

Dammi la voce.

Sono questi i momenti in cui capisco di dover crescere ancora molto. 
Sono quelli gli sguardi in cui apprezzi la vera profondità dell’animo. È sufficiente un solo contatto visivo per sentire e toccare il più intimo attaccamento alla vita. 

Gli occhi parlano molto di più della voce, quando la bocca è muta e i gemiti sono gli unici rumori che si possono produrre. 
L’azzurro chiaro e limpido delle pupille comunica al mondo meglio di centomila discorsi. 
Il colore e la sua intensità pronunciano parole che la bocca non riesce ad esprimere. Le sillabe rimangono intrappolate dentro qualche dannata gabbia del cervello perché lì sono nate e sono conosciute. Basterebbe scioglierle e renderle libere da quelle maledette catene… 
Se solo fossimo in grado di esaminare sotto una lampada tutto ciò che la mente elabora, illuminando quelle aree che contengono i significanti del linguaggio, le parole, i lessemi, i termini, così perfetti, chiari, lineari e limpidi, semplicemente cristallini. Evidenziare così le lettere che li compongono, una ad una, senza bisogno che queste vengono tradotte sotto forma di suoni. 

Suoni ancestrali, confusi. Lamenti, gorgheggi, gemiti e bisbigli strazianti. 
Dammi la voce, dammi la tua voce. Fammi sentire il suono che veste ogni parola. Fammi arrivare il fiato, il tuo fiato, e dona un timbro ad ogni sillaba che si libera dalle labbra. 
E mentre vorresti comunicare trasferendo la bocca al livello degli occhi, i miei occhi rimangono tali e liberano lacrime, non certo parole. 

Eppure questi sono i momenti in cui piangere non è la soluzione giusta, nè tanto meno l’alternativa migliore. Si dice che non si smette mai di imparare, di crescere e di maturare. Certo che no, non si finisce mai di crescere e crescere ancora: piangere dentro e sorridere fuori. 
La bocca è silente, vuota di parole. I tuoi occhi parlano, intensi e vigili. Il mio cuore lacrima di dolore, paura e rassegnazione. 

Dammi la voce. La tua voce.

Lo vidi che mi guardava con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l’indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava.

Green Book [Peter Farrelly]

Ieri sera l’oneroso abbonamento Sky mi ha tolto qualche soddisfazione.

Ho rivisto Green Book, trasmesso in prima serata su Sky Cinema Uno, dopo aver assistito alla proiezione cinematografica i primi periodi in cui uscì nelle sale.

Il film è vincitore di 3 premi Oscar – miglior film, miglior attore non protagonista a Mahershala Alì e miglior sceneggiatura originale.

Tralasciando il mio parteggiare spudorato per Rami Malek, interprete di Freddie Mercury nel biopic Bohemian Rhapsody, debbo dire che Viggo Mortensen in Greek Book ha fatto davvero una bella, bella parte. Chissà perché, in questi casi di ammirevole prestazione, si tende a dire “porca figura”. Un accostamento semantico alquanto curioso, ma andiamo avanti.

New York, 1962. Tratto da una storia vera.

Greek Book è un film meraviglioso. Se dovessi descriverlo con poche parole direi che sa mostrare senza far vedere, sa comunicare senza esplicitare e sa far riflettere senza strumentalizzare.

E’ delicato, ma al tempo stesso intenso e forte. E’ tenero, ma anche crudo e pregnante. E’ emozionante, ma mai melodrammatico e tragicamente strappalacrime.

C’è una vastità di temi affrontati in meno di due ore di film che a doverli sviscerare tutti, con le opportune considerazioni correlate, si finirebbe lo spazio di storage web di questo blog.

Omofobia, discriminazione, libertà, definizione della proprio identità, dignità, amicizia, amore, passione, leggerezza, ironia: tutto questo è Green Book.

Lui, Tony, l’autista bianco rude e illetterato, buono fino al midollo ma ruvido nei modi e nei pensieri, follemente innamorato della moglie e dei suoi figli, attaccato con la semplicità di un bambino alla famiglia, ma semplice ed elementare nell’esternazione di questi sentimenti.

Lui, il Dr. Shirley, il pianista nero acclamato in tutti gli States, colto, professionalmente ammirato e rispettato, illuminato, elegante, l’uomo solitario e di successo per eccellenza, tanti veneratori ma nessun amico sincero.

La vita di Tony è fatta di affetti, di verità, quella verità semplice nella forma ma autentica nel contenuto. Il Dr. Shirley vive una esistenza fatta di tournee, viaggi, eventi e cene di gala, ma è circondato da un mondo di maniere, ricercatezza nei modi e galanteria nei protocolli. Un mondo ipocrita, povero di verità.

Insieme affronteranno un viaggio di 8 settimane nel sud degli USA: il Dr. Shirley deve realizzare una serie di concerti e ingaggia Tony come autista e “responsabile dei suoi spostamenti”.

Scontato a dire, ma non a vedersi, tra i due nascerà un legame che va oltre il mero sodalizio professionale. E se il modulo “datore di lavoro nero – dipendente bianco” è un paradigma già visto, Green Book lo sublima tramite la costruzione di una relazione che non scade nel sentimentalismo da quattro soldi o nel tenerume fine a sé stesso. C’è una attenzione particolare allo scambio umano tra i due protagonisti: un rapporto equilibrato e paritario di dare e avere che avviene senza chiedere.

Le parole del Dr. Shirley evidenziano la ricerca di una risposta alla solitudine che non è solo dettata dalla discriminazione. Sul palco, il pianista è apprezzato e acclamato dai bianchi, ma appena terminata l’esibizione torna ad essere un uomo nero come i suoi simili. Il trattamento che gli viene riservato in virtù del colore della sua pelle non è certo così dignitoso. Rifiutato dai neri, suoi simili, per la vita agiata e fortunata, per la celebrità e il suo status social elevato. Infine non si fa mistero sulle inclinazioni omosessuali del musicista.

“Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?”

Concludo con una citazione da MyMovies, il mio sito di riferimento per le recensioni cinematografiche

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un’America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c’è Peter Farrelly […] e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?