Green Book [Peter Farrelly]

Ieri sera l’oneroso abbonamento Sky mi ha tolto qualche soddisfazione.

Ho rivisto Green Book, trasmesso in prima serata su Sky Cinema Uno, dopo aver assistito alla proiezione cinematografica i primi periodi in cui uscì nelle sale.

Il film è vincitore di 3 premi Oscar – miglior film, miglior attore non protagonista a Mahershala Alì e miglior sceneggiatura originale.

Tralasciando il mio parteggiare spudorato per Rami Malek, interprete di Freddie Mercury nel biopic Bohemian Rhapsody, debbo dire che Viggo Mortensen in Greek Book ha fatto davvero una bella, bella parte. Chissà perché, in questi casi di ammirevole prestazione, si tende a dire “porca figura”. Un accostamento semantico alquanto curioso, ma andiamo avanti.

New York, 1962. Tratto da una storia vera.

Greek Book è un film meraviglioso. Se dovessi descriverlo con poche parole direi che sa mostrare senza far vedere, sa comunicare senza esplicitare e sa far riflettere senza strumentalizzare.

E’ delicato, ma al tempo stesso intenso e forte. E’ tenero, ma anche crudo e pregnante. E’ emozionante, ma mai melodrammatico e tragicamente strappalacrime.

C’è una vastità di temi affrontati in meno di due ore di film che a doverli sviscerare tutti, con le opportune considerazioni correlate, si finirebbe lo spazio di storage web di questo blog.

Omofobia, discriminazione, libertà, definizione della proprio identità, dignità, amicizia, amore, passione, leggerezza, ironia: tutto questo è Green Book.

Lui, Tony, l’autista bianco rude e illetterato, buono fino al midollo ma ruvido nei modi e nei pensieri, follemente innamorato della moglie e dei suoi figli, attaccato con la semplicità di un bambino alla famiglia, ma semplice ed elementare nell’esternazione di questi sentimenti.

Lui, il Dr. Shirley, il pianista nero acclamato in tutti gli States, colto, professionalmente ammirato e rispettato, illuminato, elegante, l’uomo solitario e di successo per eccellenza, tanti veneratori ma nessun amico sincero.

La vita di Tony è fatta di affetti, di verità, quella verità semplice nella forma ma autentica nel contenuto. Il Dr. Shirley vive una esistenza fatta di tournee, viaggi, eventi e cene di gala, ma è circondato da un mondo di maniere, ricercatezza nei modi e galanteria nei protocolli. Un mondo ipocrita, povero di verità.

Insieme affronteranno un viaggio di 8 settimane nel sud degli USA: il Dr. Shirley deve realizzare una serie di concerti e ingaggia Tony come autista e “responsabile dei suoi spostamenti”.

Scontato a dire, ma non a vedersi, tra i due nascerà un legame che va oltre il mero sodalizio professionale. E se il modulo “datore di lavoro nero – dipendente bianco” è un paradigma già visto, Green Book lo sublima tramite la costruzione di una relazione che non scade nel sentimentalismo da quattro soldi o nel tenerume fine a sé stesso. C’è una attenzione particolare allo scambio umano tra i due protagonisti: un rapporto equilibrato e paritario di dare e avere che avviene senza chiedere.

Le parole del Dr. Shirley evidenziano la ricerca di una risposta alla solitudine che non è solo dettata dalla discriminazione. Sul palco, il pianista è apprezzato e acclamato dai bianchi, ma appena terminata l’esibizione torna ad essere un uomo nero come i suoi simili. Il trattamento che gli viene riservato in virtù del colore della sua pelle non è certo così dignitoso. Rifiutato dai neri, suoi simili, per la vita agiata e fortunata, per la celebrità e il suo status social elevato. Infine non si fa mistero sulle inclinazioni omosessuali del musicista.

“Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?”

Concludo con una citazione da MyMovies, il mio sito di riferimento per le recensioni cinematografiche

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un’America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c’è Peter Farrelly […] e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?

Principe Libero [Luca Facchini]

Ho anticipato qui che la settimana scorsa ho assistito alla prima di Principe Libero, film documentario su Fabrizio De Andrè, proiettata al multisala Barberini di Roma e in onda sulla rete Rai nel prossimo mese.
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Il mio rapporto con De Andrè inizia davvero da quando sono bambina, e da quando mia madre mi faceva ascoltare il suo album con la PFM durante ogni viaggio in macchina. È chiaro che nella mia giovane età mi sono persa un sacco di cose e moltissimi significati trasmessi dalle sue canzoni, ma senza dubbio, in tutti questi anni, non mi sono mai levata dalla testa le sonorità di Bocca di Rosa, il Pescatore, la Guerra di Piero, Andrea, Volta la Carta.
Con il tempo ho poi iniziato ad apprezzare più a fondo il cantautore ed il suo genio a dir poco poetico nella scelta delle parole e nelle meravigliose rime costruite con queste. E mi sono avvicinata a La canzone dell’amore perduto, Susanna, La canzone di Marinella, La città vecchia, Dolcenera.
Il film biografico ripercorre la vita del grande cantautore, dalla sua giovinezza avventurosa vissuta al contempo tra i vicoli di Genova e gli appartamenti sfarzosi dei circoli altolocati (che frequentava, di riflesso, per la sua famiglia ed il fratello avvocato), passando per la sua maturità artistica ed il matrimonio con la prima moglie (dalla quale riceve il figlio Cristiano), fino ad arrivare al periodo sardo, trascorso insieme alla seconda moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi in una villa rurale immersa nella campagna della Gallura.
La durata notevole del documentario, 200 minuti, permette di coprire con accurata precisione e prezioso approfondimento quasi 40 anni di vita di De Andrè e si presta molto agli schermi televisivi e ad una programmazione in due episodi. Vederlo interamente al cinema, in un’unica serata, per quanto la sala del Barberini fosse assolutamente accogliente, è stato a lungo andare un tantino faticoso.
Ma la passione che mi ha lasciato quel film, appena uscita dalla sala e non solo, anche nei giorni successivi, poche pellicole sono riuscite a farlo. Come ho sostenuto più volte, certe manifestazioni d’arte, al pari di uno spettacolo a teatro o un concerto, per non parlare di un viaggio o di una esperienza gastronomica, ti si appiccicano addosso e ti rimbombano nel cuore, negli occhi e nelle orecchie per diverso tempo, diventando in qualche modo un pezzo di te.
E hai voglia di approfondire, di scoprire ancora di più, di essere nuovamente cullato dalla bellezza percepita e sperimentata, ravvivandola nella memoria e nelle emozioni.
Fino ad oggi, i versi, le note, le sonorità di Faber (soprannome attribuitogli dal suo storico amico Paolo Villaggio, in onore dei colori pastello che il cantautore amava) non mi hanno mai lasciata sola, merito anche di un interprete, e di interpreti, che hanno saputo onorare magnificamente un artista del suo calibro.
Luca Marinelli è un mostro sacro dello schermo. A fronte di uno studio e di una analisi, suppongo molto approfondita, del personaggio De Andrè, Marinelli lo calza a pennello negli atteggiamenti, nella postura, nei gesti e nelle movenze, ma anche nell’incarnazione del suo spirito, così irriverente, ribelle ed anarchico, spesso tormentato e tenebroso. Inquieto e a tratti schivo, nella vita e sul palco, durante le sue esibizioni introspettive e di fronte ad un pubblico davanti al quale non amava apparire.
La sigaretta, il bicchiere pieno di alcool e la chitarra, i migliori compagni nella sua estasi creativa, nei suoi momenti di pura genialità e di massima espressione poetica, sono tratteggiati con una delicatezza magistrale nel film, inquadrati con cura e ricercatezza, quasi a diventare parte integranti, appendici e componenti essenziali del personaggio.
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Lavora bene tutto il resto del cast, che interpreta le figure più significative che hanno gravitato intorno a De Andrè.
Lavora bene la città di Genova con i quartieri della città vecchia, i belvedere, gli ambienti borghesi (quanta insofferenza per questo mondo covava Fabrizio!), le bettole ed i banconi dei bar, le vie frequentate da prostituite ed infine il porto ed il mare, cuore pulsante del capoluogo ligure ed elemento cui De Andrè era profondamente legato.
Una relazione viscerale emerge anche con la campagna, il mondo rurale, il bestiame e la terra sarda, protagonista di moltissimi suoi pezzi, tra cui Hotel Supramonte, concepita durante il rapimento di 4 mesi da parte di un gruppo di dodici briganti (così si legge sulle cronache dell’epoca, il film riduce il numero a due).
Insomma, è vero che a mio avviso le biografie sono sempre interessanti e piacevoli da conoscere, ma questo film in particolare si fa espressione di un genio artistico di cui esplora le mutevoli sfaccettature – cosa non facile – ed i tenebrosi tratti della personalità.
Uomo, marito, padre, artista nato e quasi immediatamente riconosciuto. Cantautore, poeta, impressionista della musica e pittore delle parole. Talentuoso con la chitarra, impeccabile nelle rime, meno integro nei suoi vizi smodati di consumo di fumo e di alcol.
Ma d’altronde, si sa, essere dannati non vuol dire necessariamente essere brillanti, ma per esprimere pienamente il genio, ritengo che una mente sana debba necessariamente lasciar spazio a una qualche forma di perversione. Si parla o no di artisti e poeti maledetti? Ecco, De Andrè, secondo me e a suo modo, lo era.
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The Place [Paolo Genovese]

Facciamo una premessa:

Amo moltissimo i film ambientati in un unico luogo, le cui scene prendono le mosse all’interno di uno spazio circoscritto, delimitato e definito. Non si tratta di film claustrofobici, ma immaginate quei film che si svolgono all’interno di una stessa casa, attorno alla tavola, in un salotto, su un mezzo di trasporto, in un locale al chiuso. I personaggi si muovono all’interno di tali ambientazioni contestualmente, o in maniera alternata e sequenziale. Possono crearsi dinamiche più o meno vincolanti tra loro, possono svilupparsi storie parallele che non si incontreranno mai oppure possono diramarsi trame invischiate in uno stesso intrigo, di cui i personaggi sono o non sono consapevoli. Insomma, c’è un mondo bellissimo nei film racchiusi in un unico luogo.

Fine della premessa.

The Place appartiene proprio a questo genere.
Il film di Paolo Genovese, che vanta un cast di interpreti d’eccezione, esce nelle sale consapevole di dovere superare, o comunque eguagliare, un grande rivale: il precedente lavoro dello stesso regista (Perfetti Sconosciuti) che ha riscosso un successo enorme, sia di critica che di pubblico.
Secondo alcuni non ci riesce. Secondo me è opportuno considerare che è un film diverso, più impegnato e concettuale, per gli amatori del genere e per chi ha la pazienza e il piacere di lasciarsi sopraffare da riflessioni alquanto scomode sulla natura dell’essere umano. Va affrontato con preparazione, o quantomeno, se non si è preparati, bisogna accettare di rimanere spiazzati e disarmati all’uscita dal cinema.

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Film altamente simbolico e enigmatico, con scene che possono in prima battuta ricordare una seduta psicologica, The Place esplora gli anfratti più oscuri e gli angoli più reconditi del nostro essere, portandoli alla luce in tutta la loro crudezza e con un cinismo talvolta inquietante. The Place è il luogo in cui entriamo a contatto con la nostra coscienza, un confessionale in cui riveliamo i lati più bui della nostra personalità, verità che non saremo mai stati capaci di ammettere perché – e qui torna un pensiero che ormai mi accompagna da diverso tempo – ognuno di noi convive con perversioni di cui non è sempre pienamente cosciente.

“Perchè chiede alle persone di compiere gesti orribili?”
“Perché c’è chi è disposto a farli”

È un film disturbante, scioccante, cinico e surreale, ma la sensazione di essere fuori dalla realtà si attenua già dopo poche scene, grazie all’abilità di regista ed interpreti di ricostruire un mini universo di realtà dentro quel “luogo”, dentro quel bar. Una realtà che emerge dai loro racconti, ma mai è rappresentata in maniera diretta, solo riflessa dallo specchio della coscienza e mostrata dietro uno schermo fatto di parole e dunque di interpretazioni.
Qui entrano in gioco i dettagli, un aspetto interessante sul quale il film si concentra a più riprese. Il valore dei dettagli è duplice. Da un lato hanno una funzione narrativa, aiutano lo spettatore a ricostruire scene di realtà che non vede mai in prima persona, agevolano l’immaginazione e la conducono a focalizzarsi su una riproduzione, quanto più verosimile possibile, del mondo fuori The Place.
Ma i dettagli sono parte dell’accordo perché sono proprio loro a fare la differenza. Ho la profonda e radicata convinzione che siano i dettagli a dar luogo alle nostre emozioni, o almeno alle sfumature di esse, che diventano tanto più variegate e sottili tanto più le situazioni sono ricche di dettagli. Da qui si innescano reazioni, da qui si costruiscono i ricordi, spesso aggrappati, come arrampicatori in bilico, ad ogni singolo particolare della memoria. Particolari scabrosi e macabri: sono proprio loro l’oggetto del nostro colloquio con la coscienza, la quale ci ascolta e prende appunti, in un disordinato e disperato flusso di coscienza, riprodotto all’interno del film con un libro nero pieno di pagine, di parole, di righe fittamente riempite, di foglietti e annotazioni.
Trascrivere, sia attraverso un’operazione mentale che fisica, la matassa aggrovigliata dei nostri ragionamenti aiuta a prenderne coscienza e a scindere con consapevolezza il particolare dal generale? Addentrarsi così in profondità è terapeutico o piuttosto distruttivo e deleterio?

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Il film lascia aperta, come si può facilmente supporre, una serie di quesiti ed interrogativi irrisolti. E forse è proprio qui che risiede il suo fascino magnetico, alimentato dai tempi scenici, dal setting quasi teatrale, dalle inquadrature, dall’intensità dei dialoghi e dalla forte presenza di ogni interprete seduto di fronte a quel tavolo. Dall’altra parte, un Mastrandea che si difende alla grande, ma che è agevolato dalla sua espressione naturalmente affaticata e appesantita, perfettamente calzante per il suo ruolo in The Place.
È quell’aura di mistero, di conturbante perversione, che rende il film particolarmente attraente e ben riuscito. Impossibile uscire dalla sala con una idea chiara di significati, messaggi ed interpretazioni, così come è utopico terminare la visione nella speranza di un finale illuminante e rivelatore, in cui tutto avrà una spiegazione o ogni tassello si incastrerà perfettamente nella sua locazione.

Non tutto accade per un motivo, non sempre ci sono ragioni precise che muovono azioni. Non sempre abbiamo la possibilità e la facoltà di decidere. Certe cose avvengono, e basta. Destino? Casualità? Semplicemente realtà.
Il fatto è che il più delle volte non accettiamo il corso degli eventi e vorremo cambiarlo a nostro favore, perché tutti noi guardiamo ai nostri interessi e combattiamo per ottenere ciò che vogliamo. Egoisti? Opportunisti? Decisamente! Ma chi non lo è in fondo?
In fondo, è lì che va The Place, è proprio lì che a mio avviso vuole arrivare il regista nel suo tentativo di indagare le viscere dei desideri più nascosti, spingendosi fino ai confini che noi stessi ci imponiamo di non superare ma che, (solo) volendo, saremo in grado di travalicare. No, non ci sono limiti alla brutalità, alla violenza, al male, se finalizzati ad uno scopo che sentiamo, pur follemente, del tutto legittimo.

“Lei è un mostro”
“Diciamo che do da mangiare ai mostri”