Scru on Air! – Mini intervista per Rolling Pandas

Giorni fa ho avuto il piacere di raccontare un po’ di me e del mio blog alla community di Rolling Pandas, una start up che opera nel settore dei viaggi.

Potete leggere l’intervista QUI.

Di seguito trovate un estratto:

[…] Scrutatrice di Universi, una definizione partorita durante una conversazione con un’amica e che in effetti racconta molto di me.
Perché?
Perché sono curiosa per natura, curiosa di scoprire meglio il mondo che mi circonda e ambiziosa di conoscere storie, vite, spazi e universi diversi dal mio. Sono appassionata di scrittura fin da piccola – il mio passatempo era inventare fiabe che facessero concorrenza a quelle dei fratelli Grimm… CONTINUA A LEGGERE

Fatemi sapere cosa ne pensate!

Diario di viaggio: Vienna

Gli aeroporti e le stazioni sono luoghi che mi hanno sempre affascinato. Sono a mio avviso di un interesse estremo per la loro fitta concentrazione di persone con vite alle spalle e destini di fronte molto diversi tra loro, eppure accomunate da un unico momentaneo obiettivo – una partenza o un arrivo. E’ vero anche che si tratta di luoghi molto neutrali, o se vogliamo universali. Sono simili in qualsiasi città essi si trovino e, al di là della lingua straniera mostrata sulle segnaletiche, nessun altro dettaglio costituisce un valido indizio per scoprire  in quale Paese siamo arrivati.

Quando sono atterrata a Vienna venerdì sera, oltre ad essere tarda notte e ad accusare una stanchezza notevolmente accumulata durante la settimana passata, non ho avuto la sensazione di trovarmi in uno Stato straniero.
E’ stato solo quando il taxi ha iniziato a sfrecciare sulle strade enormi e super moderne della città, con carreggiate ampie e luminose, recanti cartelloni stradali digitali e limiti di velocità lampeggianti in tutta la loro maestosità, che ho capito di trovarmi effettivamente in Austria.

Vienna è – banalmente – una città dallo stampo e dal suono imperiale. Parlo di suono perché gli edifici sembrano rilasciare soavi note di valzer mentre si cammina con il naso all’insù per le vie del centro.

La nostra prima tappa è il Castello di Schönbrunn, poco distante dal centro cittadino e raggiungibile comodamente con un bus o tramite le vie sotterranee della U-Bahn. Residenza dell’imperatore Francesco Giuseppe e della sua amatissima consorte Elisabetta – meglio nota come Principessa Sissi – Schönbrunn è solenne, elegante e sontuoso. Di grandissimo impatto sono i giardini esterni, leggermente in salita, dai quali si gode un gradevole panorama della città. Il Grand Tour – costo del biglietto 16 euro (riduzioni previste per studenti sotto i 26 anni) – consta di un percorso di quaranta camere, tra studi, gabinetti, camera da letto, gallerie sale da pranzo e di rappresentanza, stanze delle guardie e saloni dedicati al ballo e ai concerti. Emozionante è il salotto dove un giovanissimo Wolfang Amadeus Mozart tenne il suo primo concerto, al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria che lo mise alla prova facendolo suonare con la tastiera coperta.

Rientriamo in città per visitare Stephansplatz dove sorge lo Stephansdom, la cattedrale di Vienna, una delle chiese più alte al mondo. Lo stile gotico, l’altezza dei soffitti e l’innalzamento delle guglie lasciano davvero basiti. E’ possibile salire con gli ascensori fino alle sommità del Duomo, ma è altrettanto affascinante perdersi lungo le arterie circostanti, dove ogni edificio è un’opera d’arte.

Tappa obbligata e meritata, per un ristoro che a lungo agognavamo, è l’Hotel Sacher, la culla boutique dove la ricetta dell‘Original Sacher-Torte ha avuto i natali. Già mettersi seduti è un’impresa: la fila è ordinata, scorre alquanto velocemente e la caffetteria non viene mai riempita fino all’orlo di turisti, per mantenere una certa atmosfera di esclusività. Si entra in una sorta di atelier, dove le Sacher sono confezionate in preziosissime scatole, incartate con raffinatezza ed esposte con altrettanta cura sugli scaffali della boutique. Al tavolo una fetta di Sacher Torte viene 7,50 euro; consiglio di accompagnarla con cioccolata calda sono – 6,50 euro. La torta è morbida, delicata, il pan di spagna è umido quanto basta, la marmellata è assolutamente bilanciata con la glassa di cioccolato fondente che è lucente e perfetta, intensa e compatta. Ovviamente si tratta di una ricetta tramandata da secoli e rimasta assolutamente segreta.

Passando davanti alla Staatsoper, il celebre teatro dell’Opera di Vienna, concludiamo la giornata di visita e rientriamo verso Neubaugasse, il quartiere universitario della città.

Il giorno seguente ci aspetta il Belvedere, altra residenza asburgica in città, oggi sede di un museo d’arte che raccoglie opere del calibro di Klimt, Schiele, Munch. Il biglietto d’ingresso è di 16 euro (anche qui sono previste riduzioni a 13,50 euro per studenti) e dà accesso ai 3 piani di esposizione, il più famoso e visitato dei quali è quello che ospita il celebre Der Kuss del pittore viennese Gustav Klimt.

Seconda tappa, il Rathaus, edificio del Municipio, che sbalordisce ancora una volta per la stupenda architettura gotica. Nella piazza antistante, l’atmosfera è radiosa, complice una splendida domenica di sole. E’ installata una pista di pattinaggio fatta di tunnel e cunicoli ed è allestito una sorta di villaggio gastronomico con casette di legno ove si cucinano le specialità austriache: dai Knödel alla Wiener Schnitzel, dagli Spätzle ai Wurst e alla Kartoffelnsalat. Snack dolci e salati come Krapfen, Breztel accompagnati da Glühwein, sono in bella vista nei chioschi affollati.

Salutiamo Vienna passeggiando attraverso il MuseumsQuartier  e fotografando i due musei che troneggiano attorno a Maria-Theresien-Platz. Si tratta del Naturhistorisches Museum e del Kunsthistorisches Museum, edifici barocchi di estrema bellezza.

Il tragitto verso l’aeroporto è agevole grazie a CAT, il City Airport Train, che da Wien Mitte collega in 16 minuti il centro della città al suo aeroporto. Consiglio vivamente il servizio, valido, preciso e di una efficienza unica. Il biglietto di unica tratta costa 11 euro, ma è possibile acquistare sia l’andata che il ritorno in un’unica soluzione sul sito (https://www.cityairporttrain.com/) per un totale di 19 euro.

Green Book [Peter Farrelly]

Ieri sera l’oneroso abbonamento Sky mi ha tolto qualche soddisfazione.

Ho rivisto Green Book, trasmesso in prima serata su Sky Cinema Uno, dopo aver assistito alla proiezione cinematografica i primi periodi in cui uscì nelle sale.

Il film è vincitore di 3 premi Oscar – miglior film, miglior attore non protagonista a Mahershala Alì e miglior sceneggiatura originale.

Tralasciando il mio parteggiare spudorato per Rami Malek, interprete di Freddie Mercury nel biopic Bohemian Rhapsody, debbo dire che Viggo Mortensen in Greek Book ha fatto davvero una bella, bella parte. Chissà perché, in questi casi di ammirevole prestazione, si tende a dire “porca figura”. Un accostamento semantico alquanto curioso, ma andiamo avanti.

New York, 1962. Tratto da una storia vera.

Greek Book è un film meraviglioso. Se dovessi descriverlo con poche parole direi che sa mostrare senza far vedere, sa comunicare senza esplicitare e sa far riflettere senza strumentalizzare.

E’ delicato, ma al tempo stesso intenso e forte. E’ tenero, ma anche crudo e pregnante. E’ emozionante, ma mai melodrammatico e tragicamente strappalacrime.

C’è una vastità di temi affrontati in meno di due ore di film che a doverli sviscerare tutti, con le opportune considerazioni correlate, si finirebbe lo spazio di storage web di questo blog.

Omofobia, discriminazione, libertà, definizione della proprio identità, dignità, amicizia, amore, passione, leggerezza, ironia: tutto questo è Green Book.

Lui, Tony, l’autista bianco rude e illetterato, buono fino al midollo ma ruvido nei modi e nei pensieri, follemente innamorato della moglie e dei suoi figli, attaccato con la semplicità di un bambino alla famiglia, ma semplice ed elementare nell’esternazione di questi sentimenti.

Lui, il Dr. Shirley, il pianista nero acclamato in tutti gli States, colto, professionalmente ammirato e rispettato, illuminato, elegante, l’uomo solitario e di successo per eccellenza, tanti veneratori ma nessun amico sincero.

La vita di Tony è fatta di affetti, di verità, quella verità semplice nella forma ma autentica nel contenuto. Il Dr. Shirley vive una esistenza fatta di tournee, viaggi, eventi e cene di gala, ma è circondato da un mondo di maniere, ricercatezza nei modi e galanteria nei protocolli. Un mondo ipocrita, povero di verità.

Insieme affronteranno un viaggio di 8 settimane nel sud degli USA: il Dr. Shirley deve realizzare una serie di concerti e ingaggia Tony come autista e “responsabile dei suoi spostamenti”.

Scontato a dire, ma non a vedersi, tra i due nascerà un legame che va oltre il mero sodalizio professionale. E se il modulo “datore di lavoro nero – dipendente bianco” è un paradigma già visto, Green Book lo sublima tramite la costruzione di una relazione che non scade nel sentimentalismo da quattro soldi o nel tenerume fine a sé stesso. C’è una attenzione particolare allo scambio umano tra i due protagonisti: un rapporto equilibrato e paritario di dare e avere che avviene senza chiedere.

Le parole del Dr. Shirley evidenziano la ricerca di una risposta alla solitudine che non è solo dettata dalla discriminazione. Sul palco, il pianista è apprezzato e acclamato dai bianchi, ma appena terminata l’esibizione torna ad essere un uomo nero come i suoi simili. Il trattamento che gli viene riservato in virtù del colore della sua pelle non è certo così dignitoso. Rifiutato dai neri, suoi simili, per la vita agiata e fortunata, per la celebrità e il suo status social elevato. Infine non si fa mistero sulle inclinazioni omosessuali del musicista.

“Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?”

Concludo con una citazione da MyMovies, il mio sito di riferimento per le recensioni cinematografiche

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un’America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c’è Peter Farrelly […] e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?