Faber cantautore di politica: Storia di un Impiegato

Ultimo non è stato certo il primo (e scusate il giro di parole) a ricevere critiche e dissensi dalla stampa e dai giornalisti… 


Storia di un Impiegato di Fabrizio De Andrè, uscito in un anno di fuoco come il 1968, non ha subito riscosso il successo che con il tempo ha meritatamente guadagnato. 
Accusato di essere un disco anarchico, il concept album di Faber è stato dapprima condannato, sicuramente non compreso e non apprezzato, e solo in seguito rivalutato in virtù della sua estrema attualità e incredibile presa sul presente

È ambientato nel maggio francese del ‘68: lo scenario temporale viene immediatamente messo in chiaro dal primo pezzo che apre l’album. Canzone del Maggio. 

Un cittadino qualunque, un modesto impegnato e un ordinario lavoratore, partecipe alle manifestazioni di protesta che ritiene fin troppo pacifiche, si riscopre rivoluzionario e progetta un ordigno per minare violentemente il sistema. Il pezzo è La Bomba in Testa

Questo suo progetto prende vita solamente in un sogno, nel quale la bomba riesce ad esplodere durante un ballo mascherato, facendo fuori tutte le personalità politiche più importanti invitate proprio a quel ballo. La canzone è AIl Ballo Mascherato

Il parlato e il sentenzioso Sogno Numero Due mette il nostro protagonista di fronte alle conseguenze delle sue azioni: sradicando il potere è diventato lui stesso il potere ed è quindi chiamato a decidere come e da chi sarà lui giudicato. Vuoi essere condannato o condannare?

Nella realtà l’ordigno messo a punto dal Bombarolo non suscita gli effetti rivoluzionari sperati. Per sbaglio la bomba viene collocata in un luogo innocente e il protagonista uccide la sua amata, provocando uno scandalo che gli costa l’apparizione in prima pagina su tutti i giornali. 

La scrittura di lettere d’amore come Verranno a chiederti del nostro amore e di missive anarchiche diventano il passatempo del Bombarolo, ormai in carcere insieme agli altri manifestanti ed insorti la cui ribellione è messa a tacere dalle autorità.

Nella sua Ora di Libertà, mentre è costretto, nel cortile del carcere, a condividere e respirare la stessa aria di un secondino, l’impiegato anarchico ed anticonformista riflette sulla natura dei suoi oppressori e si rende conto che, in fin dei conti, nella società non esistono poteri buoni.

Il mantra del disco, che apre la Storia di un Impiegato e la chiude come un circolo tristemente concluso, si riscontra nella Canzone del Maggio e torna Nella Mia Ora di Libertà.
Non fa mai male ripeterlo, perché, come unicamente Faber sapeva fare, certe parole non cesseranno mai di essere valide e moderne. 
Impossibile infine non condividere (quasi) tutto il testo, straordinariamente intenso.


Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni. 

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete lo stesso coinvolti
.
Per quanto voi vi crediate assolti
siete lo stesso coinvolti.

Bohemian Rhapsody [Bryan Singer]

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality.

Ho letto la critica, ho approfondito qualche recensione, mi sono documentata sul web dopo la visione del film.

Perché mi piace scrivere a freddo, elaborare le sensazioni e tentare di metterle nero su bianco, anche se – credetemi – nel caso di Bohemian Rhapsody  ci vorrebbero almeno dieci giorni per smaltire la carica di adrenalina e di energia che si avverte dopo aver lasciato la sala.

Quindi ho letto vari commenti, dai più entusiasti a più critici: c’è chi non si spiega come mai si sia deciso di chiudere il film con l’esibizione dei Queen durante il Live Aid a Wembley, 13 luglio 1985 (che data signori, che gran data…tornerei seduta stante in mezzo a quella folla, se solo avessi ora una  macchina del tempo a disposizione!), senza proseguire con il racconto degli ultimi anni di attività della band, coincidenti con un decadimento sempre più incessante della salute di Mercury. Salute, peraltro, che si evince come già precaria prima della performance al Live Aid.

C’è chi non ha amato la dentatura troppo protesa di Rami Malek, nella sua impresa superlativa, a mio parere, di rendere omaggio all’immortale Freddie. Difetto, se così lo vogliamo chiamare, del tutto perdonabile.

Insomma, non è una responsabilità di poco conto. E’ chiaro che chi non ama il personaggio non potrà mai solo lontanamente percepire la grandezza del leader dei Queen, uno dei frontman più favolosi di tutta la storia della musica. Chi condivide con me questa insana passione, converrà che per un attore non è affatto facile incarnare il personaggio e vestire gli indumenti (o non-indumenti) di un colosso del genere. E’ un lavoro tremendamente arduo e ricco di incognite, cominciando per esempio dall’annoso dilemma che divide i fanatici: imitazione pedissequa o libera interpretazione del personaggio?

Eppure tutti gli interpreti sono stratosferici (impressionante la somiglianza di Gwilym Lee con Brian May…), Malek in prima linea. L’espressività c’è, ed è mostruosa, le movenze sul palco sono pazzesche, identiche,sovrapponibili in ogni dettaglio all’originale; c’è lui, quel mostro sacro di Freddie Mercury, animale da palcoscenico, selvaggio, indomito ed eccentrico, ma anche anima sola, quasi abbandonata, in una vita privata fatta di lussi, eccessi e vizi. Carica di impegni, piena di persone, ma vuota, forse, di reali sentimenti.

Ho comunque apprezzato anche questo, ovvero l’abilità di non scadere nel gossip dei suoi trascorsi personali, controversi e discutibili, e di non lasciarsi sedurre dal sensazionalismo della sua condotta privata, indice di una personalità spesso sola, insicura, fragile. Se ne parla, ovvio, ma Bohemian Rhapsody è un biopic sui Queen, non vuole essere un film biografico su Freddie Mercury (nato – per inciso – Farrokh Bulsara da una famiglia indiana parsi).

E menomale che l’apice, la performance entusiasmante al Live Aid nella scena finale, costituisce effettivamente la conclusione del film, seguita da un breve racconto scritto sulle ultime fasi della vita del leader dei Queen. Menomale perché, oltre ad essere una delle loro esibizioni più memorabili, è un momento catartico, si vive con il cuore in gola e i brividi che corrono lungo la schiena, salgono lungo le gambe e percorrono tutto il corpo in una apoteosi di pura estasi.
Venti minuti di estrema energia, il culmine di un insieme di emozioni che esplodono sul palcoscenico con una potenza indescrivibile, dopo un viaggio che è sempre un crescendo e che ripercorre gli esordi, gli sviluppi, i successi, la consacrazione e l’affermazione dei Queen come pietra miliare nel panorama del rock.
Senza tralasciare, comunque, di gettare uno sguardo sulla progettazione dei pezzi, le discussioni relative alle tracce da inserire negli album e da presentare come singoli. Si deducono anche diverse dinamiche di tensione fra i componenti della band, gli attriti interni, e si racconta del distacco di Freddie, la sua breve parentesi solista, prima di rientrare in “famiglia”.

Nessuna pellicola di 45 minuti può avere la pretesa di essere la fedele ed esauriente rappresentazione di quindici densissimi anni di storia musicale (1970-1985; Innuendo esce in realtà nel 1991, poco prima della morte di Freddie, ma non è trattato nel film).
Bohemian Rhapsody è un’opera che, a mio avviso, può dirsi completa, estremamente godibile e magistralmente realizzata.

E lasciatemelo affermare ancora, in nome di Galileo! Rami Malek è assolutamente fenomenale. Oscar per lui?

Faber: cantautore di poesie – La città vecchia

E’ ora di uscire allo scoperto con la mia passione per quel cantautore genovese degli anni Sessanta e Settanta che ha scalzato in poco tempo ogni suo concorrente nelle mie playlist di Spofity e Youtube e ha monopolizzato, con fare da padrone, il vano portaoggetti dell’automobile riempendolo di cd, album, raccolte e collezioni. Alcune sono solo in prestito, altre proprietarie, ma non è questo che conta.  Conta che mi scoppia dentro un entusiasmo folle ogni volta che ascolto la sua voce, mi soffermo sui suoi testi e mi faccio catturare dalla sua musica.

Non immagino sin d’ora un seguito a questo post – ho sempre scritto in modo molto spontaneo, senza pianificazione, senza programmazione di puntate, episodi, sequel o prequel. Non so se questo mio voler condividere con voi testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè genererà una rubrica o una sorta di appuntamento fisso sul blog. Lo faccio perché mi va di farlo, ora, adesso, in questo momento.

E non ho, ovviamente, la benché minima pretesa di fornire un’analisi, esegesi o interpretazione di canzoni che da tantissimi esperti sono state a lungo studiate e prese in esame. Si tratta piuttosto di una riflessione personale, come quasi ogni scritto in questo blog, rispetto alle emozioni, le fantasie, le idee che – dicevo prima – mi si scatenano nel profondo ad ogni contatto con Faber.

Eccomi quindi a condividere con voi una delle mie canzoni preferite, tanto per cominciare, che non si fa fatica a paragonare ad una poesia. Ma, del resto, quale delle sue opere musicali non lo è?

LA CITTA’ VECCHIA

Ispirata alla omonima poesia di Umberto Saba dedicata a Trieste, che, tra parentesi, ho conosciuto grazie al mio illuminato professore di Italiano alle scuole superiori, La Città Vecchiadeandreiana dipinge con una pennellata da maestro la folla umana pullulante per i quartieri di Genova, restituendone una immagine lirica e realistica insieme.

Non si tratta dei quartieri borghesi dai quali proviene il rampollo De Andrè, bensì delle zone più malfamate, degradate, quelle evitate con discrezione durante il giorno eppur bramate segretamente la notte. Quelle vie, delle quali la più famosa e resa nota dalla sua opera è stata Via del Campo, che ospitano prostitute, barboni, alcolizzati, criminali, diseredati, i matti della città, i reietti della società. Proprio quei casi umani che Faber ha sempre avuto molto a cuore.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi

Con questa introduzione simile ad una cinepresa che cattura una panoramica urbana, ci addentriamo per i vicoli della città vecchia sapendo che attraverseremo zone buie, nascoste e oscure, dimenticate persino da Dio che dà luce solo ai quartieri eleganti e benestanti.
I primi personaggi che incontriamo sono un gruppo di vecchietti che si ritrovano abitualmente e regolarmente allo stesso tavolo dello stesso bar, per passare le giornate a giocare a carte, bere e lamentarsi di tutto quello che non va nel mondo. Probabilmente per circostanza, probabilmente perché ne hanno già dette di tutti i colori nel corso della loro vita, attorno al loro tavolino conversano di donne, clima e politica.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Ecco che ci imbattiamo ora in un estraneo, un professore, la tipica professione intellettuale vestita degli abiti del perbenismo che dall’alto della sua cattedra giudica i vizi, condanna la perdizione celata negli anfratti della città vecchia. Eppure è la prima persona che si spoglia dei suoi indumenti e si immerge anima e corpo in quel degrado che tanto denuncia, ma che è tremendamente umano e vero. Così recita Faber in queste due strofe a dir poco meravigliose:

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai e lapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “Micio bello e bamboccione”.

Sarà già noto ad alcuni, ma è curioso menzionare come Faber abbia dovuto modificare la rima degli ultimi due versi della prima strofa, visto che il suo messaggio utilizzava inizialmente parole molto più forti e dirette:

Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia
Quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia.

Ecco la parte che più preferisco, sebbene adori in realtà tutta la canzone. Qui Faber riesce con una sola frase – grassettata da me – a far respirare l’atmosfera di una città portuale, far assaporare il gusto del sale sulle labbra, far vibrare la pelle perché pizzicata dalla sapidità dell’aria. Ed io mi inebrio di fumi e profumi, avverto la densità pesante di quella massa trasparente calata sopra le stradine strette, sudate, magari sporche, che si tuffano nel mare.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Infine la morale – cristiana? socialista? non importa – dell’accoglienza e della tolleranza da estendere ad ogni uomo, figlio di Dio o, in una visione più panteistica che forse Faber prediligeva, figlio del mondo, creatura della vita che merita rispetto e dignità.

Se tu penserai, e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

Non mi stancherò mai di ascoltare questo pezzo e indugiare su ognuna delle sue parole, scelte con la cura, l’ironia e l’intuizione che solo un genio può avere. E ancor di più, non riuscirò mai a distaccarmi dalle scene che De Andrè tratteggia come se stesse dipingendo il presepe della sua Genova su tela, in una descrizione che va dal lirismo più assoulto al realismo più crudo, autentico. Non servono mezzi termini, eufemismi, giri di parole. Ma metafore poetiche che hanno il sapore di vero e vissuto, tanto forti quanto dirette e schiaccianti.

Seguendo il ritmo di una scanzonata ballata, allegra e spensierata nelle note musicali, ci troviamo di fronte lo spaccato di una Genova marinaia, portuale, chiassosa e popolosa.
La città vecchia di ogni luogo e di ogni Paese per me rimarrà sempre quel cuore pulsante cantato da Faber.