Bohemian Rhapsody [Bryan Singer]

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality.

Ho letto la critica, ho approfondito qualche recensione, mi sono documentata sul web dopo la visione del film.

Perché mi piace scrivere a freddo, elaborare le sensazioni e tentare di metterle nero su bianco, anche se – credetemi – nel caso di Bohemian Rhapsody  ci vorrebbero almeno dieci giorni per smaltire la carica di adrenalina e di energia che si avverte dopo aver lasciato la sala.

Quindi ho letto vari commenti, dai più entusiasti a più critici: c’è chi non si spiega come mai si sia deciso di chiudere il film con l’esibizione dei Queen durante il Live Aid a Wembley, 13 luglio 1985 (che data signori, che gran data…tornerei seduta stante in mezzo a quella folla, se solo avessi ora una  macchina del tempo a disposizione!), senza proseguire con il racconto degli ultimi anni di attività della band, coincidenti con un decadimento sempre più incessante della salute di Mercury. Salute, peraltro, che si evince come già precaria prima della performance al Live Aid.

C’è chi non ha amato la dentatura troppo protesa di Rami Malek, nella sua impresa superlativa, a mio parere, di rendere omaggio all’immortale Freddie. Difetto, se così lo vogliamo chiamare, del tutto perdonabile.

Insomma, non è una responsabilità di poco conto. E’ chiaro che chi non ama il personaggio non potrà mai solo lontanamente percepire la grandezza del leader dei Queen, uno dei frontman più favolosi di tutta la storia della musica. Chi condivide con me questa insana passione, converrà che per un attore non è affatto facile incarnare il personaggio e vestire gli indumenti (o non-indumenti) di un colosso del genere. E’ un lavoro tremendamente arduo e ricco di incognite, cominciando per esempio dall’annoso dilemma che divide i fanatici: imitazione pedissequa o libera interpretazione del personaggio?

Eppure tutti gli interpreti sono stratosferici (impressionante la somiglianza di Gwilym Lee con Brian May…), Malek in prima linea. L’espressività c’è, ed è mostruosa, le movenze sul palco sono pazzesche, identiche,sovrapponibili in ogni dettaglio all’originale; c’è lui, quel mostro sacro di Freddie Mercury, animale da palcoscenico, selvaggio, indomito ed eccentrico, ma anche anima sola, quasi abbandonata, in una vita privata fatta di lussi, eccessi e vizi. Carica di impegni, piena di persone, ma vuota, forse, di reali sentimenti.

Ho comunque apprezzato anche questo, ovvero l’abilità di non scadere nel gossip dei suoi trascorsi personali, controversi e discutibili, e di non lasciarsi sedurre dal sensazionalismo della sua condotta privata, indice di una personalità spesso sola, insicura, fragile. Se ne parla, ovvio, ma Bohemian Rhapsody è un biopic sui Queen, non vuole essere un film biografico su Freddie Mercury (nato – per inciso – Farrokh Bulsara da una famiglia indiana parsi).

E menomale che l’apice, la performance entusiasmante al Live Aid nella scena finale, costituisce effettivamente la conclusione del film, seguita da un breve racconto scritto sulle ultime fasi della vita del leader dei Queen. Menomale perché, oltre ad essere una delle loro esibizioni più memorabili, è un momento catartico, si vive con il cuore in gola e i brividi che corrono lungo la schiena, salgono lungo le gambe e percorrono tutto il corpo in una apoteosi di pura estasi.
Venti minuti di estrema energia, il culmine di un insieme di emozioni che esplodono sul palcoscenico con una potenza indescrivibile, dopo un viaggio che è sempre un crescendo e che ripercorre gli esordi, gli sviluppi, i successi, la consacrazione e l’affermazione dei Queen come pietra miliare nel panorama del rock.
Senza tralasciare, comunque, di gettare uno sguardo sulla progettazione dei pezzi, le discussioni relative alle tracce da inserire negli album e da presentare come singoli. Si deducono anche diverse dinamiche di tensione fra i componenti della band, gli attriti interni, e si racconta del distacco di Freddie, la sua breve parentesi solista, prima di rientrare in “famiglia”.

Nessuna pellicola di 45 minuti può avere la pretesa di essere la fedele ed esauriente rappresentazione di quindici densissimi anni di storia musicale (1970-1985; Innuendo esce in realtà nel 1991, poco prima della morte di Freddie, ma non è trattato nel film).
Bohemian Rhapsody è un’opera che, a mio avviso, può dirsi completa, estremamente godibile e magistralmente realizzata.

E lasciatemelo affermare ancora, in nome di Galileo! Rami Malek è assolutamente fenomenale. Oscar per lui?

Scrutatrice di nome e di fatto.
Appassionata di viaggi, fotografia, cibo e scrittura.
Amante del cinema, della musica e della lettura.
About me: Il mio Universo

Faber: cantautore di poesie – La città vecchia

E’ ora di uscire allo scoperto con la mia passione per quel cantautore genovese degli anni Sessanta e Settanta che ha scalzato in poco tempo ogni suo concorrente nelle mie playlist di Spofity e Youtube e ha monopolizzato, con fare da padrone, il vano portaoggetti dell’automobile riempendolo di cd, album, raccolte e collezioni. Alcune sono solo in prestito, altre proprietarie, ma non è questo che conta.  Conta che mi scoppia dentro un entusiasmo folle ogni volta che ascolto la sua voce, mi soffermo sui suoi testi e mi faccio catturare dalla sua musica.

Non immagino sin d’ora un seguito a questo post – ho sempre scritto in modo molto spontaneo, senza pianificazione, senza programmazione di puntate, episodi, sequel o prequel. Non so se questo mio voler condividere con voi testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè genererà una rubrica o una sorta di appuntamento fisso sul blog. Lo faccio perché mi va di farlo, ora, adesso, in questo momento.

E non ho, ovviamente, la benché minima pretesa di fornire un’analisi, esegesi o interpretazione di canzoni che da tantissimi esperti sono state a lungo studiate e prese in esame. Si tratta piuttosto di una riflessione personale, come quasi ogni scritto in questo blog, rispetto alle emozioni, le fantasie, le idee che – dicevo prima – mi si scatenano nel profondo ad ogni contatto con Faber.

Eccomi quindi a condividere con voi una delle mie canzoni preferite, tanto per cominciare, che non si fa fatica a paragonare ad una poesia. Ma, del resto, quale delle sue opere musicali non lo è?

LA CITTA’ VECCHIA

Ispirata alla omonima poesia di Umberto Saba dedicata a Trieste, che, tra parentesi, ho conosciuto grazie al mio illuminato professore di Italiano alle scuole superiori, La Città Vecchiadeandreiana dipinge con una pennellata da maestro la folla umana pullulante per i quartieri di Genova, restituendone una immagine lirica e realistica insieme.

Non si tratta dei quartieri borghesi dai quali proviene il rampollo De Andrè, bensì delle zone più malfamate, degradate, quelle evitate con discrezione durante il giorno eppur bramate segretamente la notte. Quelle vie, delle quali la più famosa e resa nota dalla sua opera è stata Via del Campo, che ospitano prostitute, barboni, alcolizzati, criminali, diseredati, i matti della città, i reietti della società. Proprio quei casi umani che Faber ha sempre avuto molto a cuore.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi

Con questa introduzione simile ad una cinepresa che cattura una panoramica urbana, ci addentriamo per i vicoli della città vecchia sapendo che attraverseremo zone buie, nascoste e oscure, dimenticate persino da Dio che dà luce solo ai quartieri eleganti e benestanti.
I primi personaggi che incontriamo sono un gruppo di vecchietti che si ritrovano abitualmente e regolarmente allo stesso tavolo dello stesso bar, per passare le giornate a giocare a carte, bere e lamentarsi di tutto quello che non va nel mondo. Probabilmente per circostanza, probabilmente perché ne hanno già dette di tutti i colori nel corso della loro vita, attorno al loro tavolino conversano di donne, clima e politica.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Ecco che ci imbattiamo ora in un estraneo, un professore, la tipica professione intellettuale vestita degli abiti del perbenismo che dall’alto della sua cattedra giudica i vizi, condanna la perdizione celata negli anfratti della città vecchia. Eppure è la prima persona che si spoglia dei suoi indumenti e si immerge anima e corpo in quel degrado che tanto denuncia, ma che è tremendamente umano e vero. Così recita Faber in queste due strofe a dir poco meravigliose:

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai e lapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “Micio bello e bamboccione”.

Sarà già noto ad alcuni, ma è curioso menzionare come Faber abbia dovuto modificare la rima degli ultimi due versi della prima strofa, visto che il suo messaggio utilizzava inizialmente parole molto più forti e dirette:

Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia
Quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia.

Ecco la parte che più preferisco, sebbene adori in realtà tutta la canzone. Qui Faber riesce con una sola frase – grassettata da me – a far respirare l’atmosfera di una città portuale, far assaporare il gusto del sale sulle labbra, far vibrare la pelle perché pizzicata dalla sapidità dell’aria. Ed io mi inebrio di fumi e profumi, avverto la densità pesante di quella massa trasparente calata sopra le stradine strette, sudate, magari sporche, che si tuffano nel mare.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Infine la morale – cristiana? socialista? non importa – dell’accoglienza e della tolleranza da estendere ad ogni uomo, figlio di Dio o, in una visione più panteistica che forse Faber prediligeva, figlio del mondo, creatura della vita che merita rispetto e dignità.

Se tu penserai, e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

Non mi stancherò mai di ascoltare questo pezzo e indugiare su ognuna delle sue parole, scelte con la cura, l’ironia e l’intuizione che solo un genio può avere. E ancor di più, non riuscirò mai a distaccarmi dalle scene che De Andrè tratteggia come se stesse dipingendo il presepe della sua Genova su tela, in una descrizione che va dal lirismo più assoulto al realismo più crudo, autentico. Non servono mezzi termini, eufemismi, giri di parole. Ma metafore poetiche che hanno il sapore di vero e vissuto, tanto forti quanto dirette e schiaccianti.

Seguendo il ritmo di una scanzonata ballata, allegra e spensierata nelle note musicali, ci troviamo di fronte lo spaccato di una Genova marinaia, portuale, chiassosa e popolosa.
La città vecchia di ogni luogo e di ogni Paese per me rimarrà sempre quel cuore pulsante cantato da Faber.

Scrutatrice di nome e di fatto.
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The Place [Paolo Genovese]

Facciamo una premessa:

Amo moltissimo i film ambientati in un unico luogo, le cui scene prendono le mosse all’interno di uno spazio circoscritto, delimitato e definito. Non si tratta di film claustrofobici, ma immaginate quei film che si svolgono all’interno di una stessa casa, attorno alla tavola, in un salotto, su un mezzo di trasporto, in un locale al chiuso. I personaggi si muovono all’interno di tali ambientazioni contestualmente, o in maniera alternata e sequenziale. Possono crearsi dinamiche più o meno vincolanti tra loro, possono svilupparsi storie parallele che non si incontreranno mai oppure possono diramarsi trame invischiate in uno stesso intrigo, di cui i personaggi sono o non sono consapevoli. Insomma, c’è un mondo bellissimo nei film racchiusi in un unico luogo.

Fine della premessa.

The Place appartiene proprio a questo genere.
Il film di Paolo Genovese, che vanta un cast di interpreti d’eccezione, esce nelle sale consapevole di dovere superare, o comunque eguagliare, un grande rivale: il precedente lavoro dello stesso regista (Perfetti Sconosciuti) che ha riscosso un successo enorme, sia di critica che di pubblico.
Secondo alcuni non ci riesce. Secondo me è opportuno considerare che è un film diverso, più impegnato e concettuale, per gli amatori del genere e per chi ha la pazienza e il piacere di lasciarsi sopraffare da riflessioni alquanto scomode sulla natura dell’essere umano. Va affrontato con preparazione, o quantomeno, se non si è preparati, bisogna accettare di rimanere spiazzati e disarmati all’uscita dal cinema.

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Film altamente simbolico e enigmatico, con scene che possono in prima battuta ricordare una seduta psicologica, The Place esplora gli anfratti più oscuri e gli angoli più reconditi del nostro essere, portandoli alla luce in tutta la loro crudezza e con un cinismo talvolta inquietante. The Place è il luogo in cui entriamo a contatto con la nostra coscienza, un confessionale in cui riveliamo i lati più bui della nostra personalità, verità che non saremo mai stati capaci di ammettere perché – e qui torna un pensiero che ormai mi accompagna da diverso tempo – ognuno di noi convive con perversioni di cui non è sempre pienamente cosciente.

“Perchè chiede alle persone di compiere gesti orribili?”
“Perché c’è chi è disposto a farli”

È un film disturbante, scioccante, cinico e surreale, ma la sensazione di essere fuori dalla realtà si attenua già dopo poche scene, grazie all’abilità di regista ed interpreti di ricostruire un mini universo di realtà dentro quel “luogo”, dentro quel bar. Una realtà che emerge dai loro racconti, ma mai è rappresentata in maniera diretta, solo riflessa dallo specchio della coscienza e mostrata dietro uno schermo fatto di parole e dunque di interpretazioni.
Qui entrano in gioco i dettagli, un aspetto interessante sul quale il film si concentra a più riprese. Il valore dei dettagli è duplice. Da un lato hanno una funzione narrativa, aiutano lo spettatore a ricostruire scene di realtà che non vede mai in prima persona, agevolano l’immaginazione e la conducono a focalizzarsi su una riproduzione, quanto più verosimile possibile, del mondo fuori The Place.
Ma i dettagli sono parte dell’accordo perché sono proprio loro a fare la differenza. Ho la profonda e radicata convinzione che siano i dettagli a dar luogo alle nostre emozioni, o almeno alle sfumature di esse, che diventano tanto più variegate e sottili tanto più le situazioni sono ricche di dettagli. Da qui si innescano reazioni, da qui si costruiscono i ricordi, spesso aggrappati, come arrampicatori in bilico, ad ogni singolo particolare della memoria. Particolari scabrosi e macabri: sono proprio loro l’oggetto del nostro colloquio con la coscienza, la quale ci ascolta e prende appunti, in un disordinato e disperato flusso di coscienza, riprodotto all’interno del film con un libro nero pieno di pagine, di parole, di righe fittamente riempite, di foglietti e annotazioni.
Trascrivere, sia attraverso un’operazione mentale che fisica, la matassa aggrovigliata dei nostri ragionamenti aiuta a prenderne coscienza e a scindere con consapevolezza il particolare dal generale? Addentrarsi così in profondità è terapeutico o piuttosto distruttivo e deleterio?

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Il film lascia aperta, come si può facilmente supporre, una serie di quesiti ed interrogativi irrisolti. E forse è proprio qui che risiede il suo fascino magnetico, alimentato dai tempi scenici, dal setting quasi teatrale, dalle inquadrature, dall’intensità dei dialoghi e dalla forte presenza di ogni interprete seduto di fronte a quel tavolo. Dall’altra parte, un Mastrandea che si difende alla grande, ma che è agevolato dalla sua espressione naturalmente affaticata e appesantita, perfettamente calzante per il suo ruolo in The Place.
È quell’aura di mistero, di conturbante perversione, che rende il film particolarmente attraente e ben riuscito. Impossibile uscire dalla sala con una idea chiara di significati, messaggi ed interpretazioni, così come è utopico terminare la visione nella speranza di un finale illuminante e rivelatore, in cui tutto avrà una spiegazione o ogni tassello si incastrerà perfettamente nella sua locazione.

Non tutto accade per un motivo, non sempre ci sono ragioni precise che muovono azioni. Non sempre abbiamo la possibilità e la facoltà di decidere. Certe cose avvengono, e basta. Destino? Casualità? Semplicemente realtà.
Il fatto è che il più delle volte non accettiamo il corso degli eventi e vorremo cambiarlo a nostro favore, perché tutti noi guardiamo ai nostri interessi e combattiamo per ottenere ciò che vogliamo. Egoisti? Opportunisti? Decisamente! Ma chi non lo è in fondo?
In fondo, è lì che va The Place, è proprio lì che a mio avviso vuole arrivare il regista nel suo tentativo di indagare le viscere dei desideri più nascosti, spingendosi fino ai confini che noi stessi ci imponiamo di non superare ma che, (solo) volendo, saremo in grado di travalicare. No, non ci sono limiti alla brutalità, alla violenza, al male, se finalizzati ad uno scopo che sentiamo, pur follemente, del tutto legittimo.

“Lei è un mostro”
“Diciamo che do da mangiare ai mostri”

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