Dammi la voce.

Sono questi i momenti in cui capisco di dover crescere ancora molto. 
Sono quelli gli sguardi in cui apprezzi la vera profondità dell’animo. È sufficiente un solo contatto visivo per sentire e toccare il più intimo attaccamento alla vita. 

Gli occhi parlano molto di più della voce, quando la bocca è muta e i gemiti sono gli unici rumori che si possono produrre. 
L’azzurro chiaro e limpido delle pupille comunica al mondo meglio di centomila discorsi. 
Il colore e la sua intensità pronunciano parole che la bocca non riesce ad esprimere. Le sillabe rimangono intrappolate dentro qualche dannata gabbia del cervello perché lì sono nate e sono conosciute. Basterebbe scioglierle e renderle libere da quelle maledette catene… 
Se solo fossimo in grado di esaminare sotto una lampada tutto ciò che la mente elabora, illuminando quelle aree che contengono i significanti del linguaggio, le parole, i lessemi, i termini, così perfetti, chiari, lineari e limpidi, semplicemente cristallini. Evidenziare così le lettere che li compongono, una ad una, senza bisogno che queste vengono tradotte sotto forma di suoni. 

Suoni ancestrali, confusi. Lamenti, gorgheggi, gemiti e bisbigli strazianti. 
Dammi la voce, dammi la tua voce. Fammi sentire il suono che veste ogni parola. Fammi arrivare il fiato, il tuo fiato, e dona un timbro ad ogni sillaba che si libera dalle labbra. 
E mentre vorresti comunicare trasferendo la bocca al livello degli occhi, i miei occhi rimangono tali e liberano lacrime, non certo parole. 

Eppure questi sono i momenti in cui piangere non è la soluzione giusta, nè tanto meno l’alternativa migliore. Si dice che non si smette mai di imparare, di crescere e di maturare. Certo che no, non si finisce mai di crescere e crescere ancora: piangere dentro e sorridere fuori. 
La bocca è silente, vuota di parole. I tuoi occhi parlano, intensi e vigili. Il mio cuore lacrima di dolore, paura e rassegnazione. 

Dammi la voce. La tua voce.

Lo vidi che mi guardava con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l’indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava.

Green Book [Peter Farrelly]

Ieri sera l’oneroso abbonamento Sky mi ha tolto qualche soddisfazione.

Ho rivisto Green Book, trasmesso in prima serata su Sky Cinema Uno, dopo aver assistito alla proiezione cinematografica i primi periodi in cui uscì nelle sale.

Il film è vincitore di 3 premi Oscar – miglior film, miglior attore non protagonista a Mahershala Alì e miglior sceneggiatura originale.

Tralasciando il mio parteggiare spudorato per Rami Malek, interprete di Freddie Mercury nel biopic Bohemian Rhapsody, debbo dire che Viggo Mortensen in Greek Book ha fatto davvero una bella, bella parte. Chissà perché, in questi casi di ammirevole prestazione, si tende a dire “porca figura”. Un accostamento semantico alquanto curioso, ma andiamo avanti.

New York, 1962. Tratto da una storia vera.

Greek Book è un film meraviglioso. Se dovessi descriverlo con poche parole direi che sa mostrare senza far vedere, sa comunicare senza esplicitare e sa far riflettere senza strumentalizzare.

E’ delicato, ma al tempo stesso intenso e forte. E’ tenero, ma anche crudo e pregnante. E’ emozionante, ma mai melodrammatico e tragicamente strappalacrime.

C’è una vastità di temi affrontati in meno di due ore di film che a doverli sviscerare tutti, con le opportune considerazioni correlate, si finirebbe lo spazio di storage web di questo blog.

Omofobia, discriminazione, libertà, definizione della proprio identità, dignità, amicizia, amore, passione, leggerezza, ironia: tutto questo è Green Book.

Lui, Tony, l’autista bianco rude e illetterato, buono fino al midollo ma ruvido nei modi e nei pensieri, follemente innamorato della moglie e dei suoi figli, attaccato con la semplicità di un bambino alla famiglia, ma semplice ed elementare nell’esternazione di questi sentimenti.

Lui, il Dr. Shirley, il pianista nero acclamato in tutti gli States, colto, professionalmente ammirato e rispettato, illuminato, elegante, l’uomo solitario e di successo per eccellenza, tanti veneratori ma nessun amico sincero.

La vita di Tony è fatta di affetti, di verità, quella verità semplice nella forma ma autentica nel contenuto. Il Dr. Shirley vive una esistenza fatta di tournee, viaggi, eventi e cene di gala, ma è circondato da un mondo di maniere, ricercatezza nei modi e galanteria nei protocolli. Un mondo ipocrita, povero di verità.

Insieme affronteranno un viaggio di 8 settimane nel sud degli USA: il Dr. Shirley deve realizzare una serie di concerti e ingaggia Tony come autista e “responsabile dei suoi spostamenti”.

Scontato a dire, ma non a vedersi, tra i due nascerà un legame che va oltre il mero sodalizio professionale. E se il modulo “datore di lavoro nero – dipendente bianco” è un paradigma già visto, Green Book lo sublima tramite la costruzione di una relazione che non scade nel sentimentalismo da quattro soldi o nel tenerume fine a sé stesso. C’è una attenzione particolare allo scambio umano tra i due protagonisti: un rapporto equilibrato e paritario di dare e avere che avviene senza chiedere.

Le parole del Dr. Shirley evidenziano la ricerca di una risposta alla solitudine che non è solo dettata dalla discriminazione. Sul palco, il pianista è apprezzato e acclamato dai bianchi, ma appena terminata l’esibizione torna ad essere un uomo nero come i suoi simili. Il trattamento che gli viene riservato in virtù del colore della sua pelle non è certo così dignitoso. Rifiutato dai neri, suoi simili, per la vita agiata e fortunata, per la celebrità e il suo status social elevato. Infine non si fa mistero sulle inclinazioni omosessuali del musicista.

“Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?”

Concludo con una citazione da MyMovies, il mio sito di riferimento per le recensioni cinematografiche

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un’America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c’è Peter Farrelly […] e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?