Ossa gelide. 

È così che ci si deve sentire.
Anche se posso solo immaginare.
Appena usciti da una doccia calda, in punta di piedi, quando la pelle entra in contatto con il pavimento gelido.
Ed è un attimo.
Salgono i brividi e le goccioline d’acqua, timide, si cristallizzano.
Senti freddo. Tanto freddo.
Stringi i denti e afferri il primo asciugamano a portata di mano, purché ti riscaldi. Avvolgi le membra all’interno del telo e recuperi energia, avverti un nuovo calore. Te lo strofini addosso finché il freddo è passato, il gelo iniziale ha lasciato il posto al profumo del sapone sulla pelle.
Forse è così che ci si deve sentire.
Tranne l’ultima parte, perché il freddo rimane e nel corpo non ci sono più battiti.
Il profumo della vita viene esalato insieme all’ultimo respiro.

In ed Es.

In ed Es.

Rimarrei su questa panchina per ore.
Il corpo rilassato, il collo appoggiato sul legno, gli occhi socchiusi e le membra abbandonate.

In ed Es.

Il sole accarezza la pelle, la scalda, la coccola con i suo raggi. Il tepore asciuga le goccioline di sudore sotto ai vestiti, piccoli brividi corrono in salita lungo il torace, il petto e il seno.

In ed Es.

Silenzio. Un silenzio sacrale, liturgico. Anzi, un silenzio ancora più silenzioso, visto che ogni celebrazione religiosa è sospesa in questi giorni.
Verrebbe da definirlo un silenzio innaturale, ma, vedi, qui sta l’ironia. Come se la natura del mondo fosse quella di emettere per forza rumore e, quando ciò non accade, ecco che appare tutto innaturale.
Eppure la natura è anche questo, la quiete, la calma, l’assenza di suoni in un paesaggio che è in pace con sé stesso e non ha bisogno di farsi sentire. Diodato impazzirebbe.

In ed Es.

Non si odono voci. Niente passi, né in arrivo né in lontananza. E’ difficile persino percepire l’affannoso respiro di chi, come me, è uscito nel parco per allenarsi, correre o fare footing.
Apro gli occhi.
Sento, come se gli occhi fossero diventati orecchie o come se queste ultime si attivassero in combinazione alla vista, il flebile sussurro del vento che si sta alzando. Soffia attraverso gli alberi e gli arbusti ancora privi di germogli, passa tra qualche cespuglio, separa i fili d’erba abbracciati tra loro.

In ed Es.

Controllo il respiro.
Inspiro ed espiro. Inspiro ed espiro.
Sono rimasta sola nel parco, sola e sdraiata su quella panca che fino a qualche minuto prima era contesa tra i vari avventori.

Tutti dicono che interrompere drasticamente il battito di una città abbia i suoi benefici.
Penso che mai cosa così scontata sia così maledettamente vera.
Le pause sono momenti che mi hanno sempre affascinato molto. Mentre ogni cosa è ferma, l’uomo si concilia con i propri spazi vitali e i propri ritmi, interiori ed esteriori che siano. Sembra quasi che la natura abbia avvertito tutto questo e abbia deciso di adeguarsi, per consentire una migliore accettazione della quiete imposta.

In ed Es.

Questa mattina attorno a me c’erano tante persone, singoli individui in cerca dei propri spazi, uomini e donne solitarie calati nella loro segretissima dimensione. E poi nonni, coppie di nonni, bambini, famiglie, padroni con i cani e cani con i loro amici. Cavalli. A due passi dal Grande Raccordo Anulare io corro nei prati accanto ai cavalli.
Coccinelle, api ed altri insetti svolazzanti da un fiore all’altro, margherite e altri germogli colorati che rendono unico questo angolo di mondo.

In ed Es.

Presto attenzione al mio respiro, come fosse un suono proveniente dall’esterno. Qualcosa da decifrare, da seguire, per riconoscervi una musica ben nota.

Che buffo.
Sorrido se penso che un Paese intero debba smettere di respirare per far sì che i respiri di ognuno vengano ascoltati.
E’ un po’ come il cuore che pulsa.
Finché non si ferma, magari nel petto di qualcun altro, chi si metterebbe mai a tenere il ritmo dei suoi battiti?

In ed Es. In ed Es. In ed Es.

Vorrei voi foste qui.

Dammi la voce.

Sono questi i momenti in cui capisco di dover crescere ancora molto. 
Sono quelli gli sguardi in cui apprezzi la vera profondità dell’animo. È sufficiente un solo contatto visivo per sentire e toccare il più intimo attaccamento alla vita. 

Gli occhi parlano molto di più della voce, quando la bocca è muta e i gemiti sono gli unici rumori che si possono produrre. 
L’azzurro chiaro e limpido delle pupille comunica al mondo meglio di centomila discorsi. 
Il colore e la sua intensità pronunciano parole che la bocca non riesce ad esprimere. Le sillabe rimangono intrappolate dentro qualche dannata gabbia del cervello perché lì sono nate e sono conosciute. Basterebbe scioglierle e renderle libere da quelle maledette catene… 
Se solo fossimo in grado di esaminare sotto una lampada tutto ciò che la mente elabora, illuminando quelle aree che contengono i significanti del linguaggio, le parole, i lessemi, i termini, così perfetti, chiari, lineari e limpidi, semplicemente cristallini. Evidenziare così le lettere che li compongono, una ad una, senza bisogno che queste vengono tradotte sotto forma di suoni. 

Suoni ancestrali, confusi. Lamenti, gorgheggi, gemiti e bisbigli strazianti. 
Dammi la voce, dammi la tua voce. Fammi sentire il suono che veste ogni parola. Fammi arrivare il fiato, il tuo fiato, e dona un timbro ad ogni sillaba che si libera dalle labbra. 
E mentre vorresti comunicare trasferendo la bocca al livello degli occhi, i miei occhi rimangono tali e liberano lacrime, non certo parole. 

Eppure questi sono i momenti in cui piangere non è la soluzione giusta, nè tanto meno l’alternativa migliore. Si dice che non si smette mai di imparare, di crescere e di maturare. Certo che no, non si finisce mai di crescere e crescere ancora: piangere dentro e sorridere fuori. 
La bocca è silente, vuota di parole. I tuoi occhi parlano, intensi e vigili. Il mio cuore lacrima di dolore, paura e rassegnazione. 

Dammi la voce. La tua voce.

Lo vidi che mi guardava con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l’indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava.