Pulsazioni

Accettiamo, contempliamo ed ammettiamo la presenza di pulsazioni contrastanti nell’animo umano, l’esistenza di sentimenti diversi, antitetici, complementari ma non esclusivi.
Questa è la nostra vera natura, e sfido chiunque a dichiarare il contrario.

L’uomo non sa ancora riconoscere il bene dal male, è governato da istinti primordiali e desideri ancestrali che lo portano ad agire all’ombra di ogni razionalità, all’oscuro dal lume della ragione, nelle tenebre di un percorso tetro e inesplorato che si addentra in terre selvagge ed incolte.

Il buio non è solo assenza di luce, pericolo da temere, paura puerile da ricacciare. Il cuore sa essere tanto cupo quanto limpido, la mente tanto buia quanto illuminata. Impariamo a convivere con le tenebre, apprezziamo e coltiviamo la nostra oscurità perché non esiste pianeta completamente e perennemente rivolto al sole, non esiste angolo del mondo che riceva sempre la luce.

Accettiamo, contempliamo ed ammettiamo la presenza di emozioni agli antipodi, distanti tra loro eppure così vicine, simili ma contrapposte, chiare, nette e perfettamente riconoscibili, sebbene spesso ignote, inconsapevoli e incontrollabili.
Perché l’essenza dell’uomo sta nel continuo conflitto tra i sentimenti e la ragione, l’istinto ed il buon senso.
Una straziante ed incessante tempesta, che infuria in una maremoto senza fine.

Pulsazioni. Convulsioni. Contorsioni.
Questo è ciò che siamo dentro.
In quanto al fuori, è una pura questione di facciata e di chi sa meglio adornarla per nascondere un simile intimo tormento.

Chiaroscuro.

Avere una passione è corroborante, entusiasmante, esaltante.
Una passione è un po’ come una compagna di vita, non ti abbandona mai, sai di poter contare su di lei, è un porto sicuro nel quale approdare. Specialmente quando esplorare te stessa diventa pericoloso. Sopratutto nei momenti in cui, per carenza di energie vitali, su di te proprio non puoi fare affidamento.

Avere una passione è coinvolgente, vitale, totalizzante.
Una passione è qualcosa che ti porti dietro di giorno e che di notte ti fa fare le ore piccole, è qualcosa di cui potresti parlare per ore, con il rischio di diventare ripetitiva, patetica e logorroica. È qualcosa che rende la vita meno spenta, triste e noiosa.
Nelle fasi più buie, avere una passione nella quale rifugiarsi o alla quale aggrapparsi è veramente una benedizione.

In questi mesi ne sono successe di cose nella mia vita. Ma tante, veramente tantissime, chè a raccontarle una dietro l’altra nessuno mi prenderebbe sul serio.

In particolare si è trattato di eventi che mai avrei immaginato potessero capitare (a me poi? Naaaa…), situazioni che non avevo messo minimamente in cantiere nella mia tranquilla esistenza a questo mondo, cose del tutto inconcepibili, lontane dal verificarsi, per non dire quasi impossibili.
Eppure mi sono trovata a fare i conti con il dolore, un dolore profondo, per motivi diversi, nessuno più o meno grave dell’altro. Perché quando c’è in ballo la sofferenza, non importa chiedersi quale sia la causa – il più delle volte inspiegabile – ma domandarsi perché non siamo mai pronti ad affrontarla. A qualsiasi età arrivi, ci coglie sempre di sorpresa, ci fa restare di sasso senza la giusta forza di reagire.

In questo lungo e cupo periodo, ho ritrovato la forza nelle mie passioni, quelle passioni che da tempo avevo messo da parte, ma che, una volta risvegliate, non hanno mancato di dimostrare l’incredibile presa e presenza che hanno sempre esercitato su di me.
Ho riscoperto la pallavolo, il mio amore adolescenziale abbandonato per gli impegni frenetici di una vita che correva veloce, troppo. Mi sono riavvicinata alla lettura, alla musica e al cinema, mi sono scoperta una profonda appassionata del mondo del cibo, della cucina e della gastronomia, universi ai quali mi affaccio con quello spirito critico e quell’approccio di curiosità che mi ha sempre contraddistinta.
E poi la scrittura, lei che non molla mai, ma che a tratti era diventata più superficiale, meno spontanea, forse artificiale. Ora la sento mia e ne riconosco l’assoluta e vitale importanza per me.

Credo fermamente che ogni emozione provata possa essere ravvivata, amplificata e rivissuta con pari intensità se rielaborata nelle parole che più autenticamente la descrivono. Un po’ come sosteneva Wordsworth con le sue Emotions Recollected in Tranquillity attraverso l’inner eye, che altro non è che il nostro IO interiore e più profondo, con il quale solo poche persone sanno stare veramente in contatto.

E a quelli che mi dicono che sono egoista, concentrata su me stessa e focalizzata sui miei bisogni, rispondo che ho imparato a conoscermi ed ascoltarmi, facendo ciò che mi fa stare davvero bene. Senza dare fastidio a nessuno nè turbare la quiete altrui. Non ci vedo un crimine. La vita va vissuta con passione, giorno per giorno, e non farlo equivale a non vivere. Sapete cosa vi dico? Che Oscar Wilde aveva tremendamente ragione.

“Vivere è la cosa più rara al mondo, la maggior parte della gente esiste e nulla più”.

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The Place [Paolo Genovese]

Facciamo una premessa:

Amo moltissimo i film ambientati in un unico luogo, le cui scene prendono le mosse all’interno di uno spazio circoscritto, delimitato e definito. Non si tratta di film claustrofobici, ma immaginate quei film che si svolgono all’interno di una stessa casa, attorno alla tavola, in un salotto, su un mezzo di trasporto, in un locale al chiuso. I personaggi si muovono all’interno di tali ambientazioni contestualmente, o in maniera alternata e sequenziale. Possono crearsi dinamiche più o meno vincolanti tra loro, possono svilupparsi storie parallele che non si incontreranno mai oppure possono diramarsi trame invischiate in uno stesso intrigo, di cui i personaggi sono o non sono consapevoli. Insomma, c’è un mondo bellissimo nei film racchiusi in un unico luogo.

Fine della premessa.

The Place appartiene proprio a questo genere.
Il film di Paolo Genovese, che vanta un cast di interpreti d’eccezione, esce nelle sale consapevole di dovere superare, o comunque eguagliare, un grande rivale: il precedente lavoro dello stesso regista (Perfetti Sconosciuti) che ha riscosso un successo enorme, sia di critica che di pubblico.
Secondo alcuni non ci riesce. Secondo me è opportuno considerare che è un film diverso, più impegnato e concettuale, per gli amatori del genere e per chi ha la pazienza e il piacere di lasciarsi sopraffare da riflessioni alquanto scomode sulla natura dell’essere umano. Va affrontato con preparazione, o quantomeno, se non si è preparati, bisogna accettare di rimanere spiazzati e disarmati all’uscita dal cinema.

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Film altamente simbolico e enigmatico, con scene che possono in prima battuta ricordare una seduta psicologica, The Place esplora gli anfratti più oscuri e gli angoli più reconditi del nostro essere, portandoli alla luce in tutta la loro crudezza e con un cinismo talvolta inquietante. The Place è il luogo in cui entriamo a contatto con la nostra coscienza, un confessionale in cui riveliamo i lati più bui della nostra personalità, verità che non saremo mai stati capaci di ammettere perché – e qui torna un pensiero che ormai mi accompagna da diverso tempo – ognuno di noi convive con perversioni di cui non è sempre pienamente cosciente.

“Perchè chiede alle persone di compiere gesti orribili?”
“Perché c’è chi è disposto a farli”

È un film disturbante, scioccante, cinico e surreale, ma la sensazione di essere fuori dalla realtà si attenua già dopo poche scene, grazie all’abilità di regista ed interpreti di ricostruire un mini universo di realtà dentro quel “luogo”, dentro quel bar. Una realtà che emerge dai loro racconti, ma mai è rappresentata in maniera diretta, solo riflessa dallo specchio della coscienza e mostrata dietro uno schermo fatto di parole e dunque di interpretazioni.
Qui entrano in gioco i dettagli, un aspetto interessante sul quale il film si concentra a più riprese. Il valore dei dettagli è duplice. Da un lato hanno una funzione narrativa, aiutano lo spettatore a ricostruire scene di realtà che non vede mai in prima persona, agevolano l’immaginazione e la conducono a focalizzarsi su una riproduzione, quanto più verosimile possibile, del mondo fuori The Place.
Ma i dettagli sono parte dell’accordo perché sono proprio loro a fare la differenza. Ho la profonda e radicata convinzione che siano i dettagli a dar luogo alle nostre emozioni, o almeno alle sfumature di esse, che diventano tanto più variegate e sottili tanto più le situazioni sono ricche di dettagli. Da qui si innescano reazioni, da qui si costruiscono i ricordi, spesso aggrappati, come arrampicatori in bilico, ad ogni singolo particolare della memoria. Particolari scabrosi e macabri: sono proprio loro l’oggetto del nostro colloquio con la coscienza, la quale ci ascolta e prende appunti, in un disordinato e disperato flusso di coscienza, riprodotto all’interno del film con un libro nero pieno di pagine, di parole, di righe fittamente riempite, di foglietti e annotazioni.
Trascrivere, sia attraverso un’operazione mentale che fisica, la matassa aggrovigliata dei nostri ragionamenti aiuta a prenderne coscienza e a scindere con consapevolezza il particolare dal generale? Addentrarsi così in profondità è terapeutico o piuttosto distruttivo e deleterio?

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Il film lascia aperta, come si può facilmente supporre, una serie di quesiti ed interrogativi irrisolti. E forse è proprio qui che risiede il suo fascino magnetico, alimentato dai tempi scenici, dal setting quasi teatrale, dalle inquadrature, dall’intensità dei dialoghi e dalla forte presenza di ogni interprete seduto di fronte a quel tavolo. Dall’altra parte, un Mastrandea che si difende alla grande, ma che è agevolato dalla sua espressione naturalmente affaticata e appesantita, perfettamente calzante per il suo ruolo in The Place.
È quell’aura di mistero, di conturbante perversione, che rende il film particolarmente attraente e ben riuscito. Impossibile uscire dalla sala con una idea chiara di significati, messaggi ed interpretazioni, così come è utopico terminare la visione nella speranza di un finale illuminante e rivelatore, in cui tutto avrà una spiegazione o ogni tassello si incastrerà perfettamente nella sua locazione.

Non tutto accade per un motivo, non sempre ci sono ragioni precise che muovono azioni. Non sempre abbiamo la possibilità e la facoltà di decidere. Certe cose avvengono, e basta. Destino? Casualità? Semplicemente realtà.
Il fatto è che il più delle volte non accettiamo il corso degli eventi e vorremo cambiarlo a nostro favore, perché tutti noi guardiamo ai nostri interessi e combattiamo per ottenere ciò che vogliamo. Egoisti? Opportunisti? Decisamente! Ma chi non lo è in fondo?
In fondo, è lì che va The Place, è proprio lì che a mio avviso vuole arrivare il regista nel suo tentativo di indagare le viscere dei desideri più nascosti, spingendosi fino ai confini che noi stessi ci imponiamo di non superare ma che, (solo) volendo, saremo in grado di travalicare. No, non ci sono limiti alla brutalità, alla violenza, al male, se finalizzati ad uno scopo che sentiamo, pur follemente, del tutto legittimo.

“Lei è un mostro”
“Diciamo che do da mangiare ai mostri”