Errare è umano. Perseverare lo è di più.

Siamo fatti per sbagliare.
Nasciamo, cresciamo, conosciamo il mondo. E sbagliamo.
Prima di morire, sbagliamo.
Prima di nascere, sbagliamo lo stesso.
Sbagliamo e sbagliamo, continuamente, errore su errore, caduta dopo caduta.
Ci alziamo ma crolliamo di nuovo, vittime di una vita fatta di ostacoli perenni che l’uomo non ha la forza di aggirare.
Così sbagliamo: sbagliamo una volta, ci perdonano.
Sbagliamo la seconda volta, ci perdonano.
Sbagliamo la terza volta e siamo ancora perdonati.
Ma più sbagliamo più non ci rendiamo conto della forza del perdono che ci viene concesso, così continuiamo a sbagliare, certi che il perdono arriverà sempre, prima o poi, basta dimenticare e andare avanti.
Metterci una pietra sopra e non pensarci più, allontanare l’errore e le sue conseguenze, distaccarsi dal passato e proiettarsi al futuro, perché tanto quello che è stato non si può più modificare.
Comunque nel futuro sbagliamo di nuovo. E passiamo una vita intera a sbagliare ed attendere l’arrivo di un ignoto perdono senza nemmeno troppa speranza.
Non siamo fatti per cadere e rialzarci.
La vita è fatta per strisciare a terra con lo sguardo rivolto sempre verso il basso, prigionieri e dannati, costretti ad errare in un girone infernale fin da quando prendiamo coscienza della vita stessa.

E me lo domando. 

C’è vita. C’è tanta vita che pullula ogni giorno.
E c’è il dolore. La disperazione.
C’è la sofferenza nell’animo di alcuni.
La sofferenza di una perdita, la sofferenza di restare soli.
E mi domando
Il perché di questo destino crudele.
Che sia frutto del caso
O prima o poi doveva succedere
Che senso ha tutto questo incedere?
Un colpo, poi due.
Una fucilata, una dietro l’altra.
Mi atterrano, occhi sbarrati: sono K.o.
Sembrano fulmini, lampi che squarciano il cielo
In una giornata di sole pieno.
È come una doccia fredda
Anche quando non senti caldo
Che ti cade violentemente addosso
Anche quando non ne hai bisogno
Mi domando sempre più spesso
Che senso ha continuare così
Alle spalle di chi
Continuare non può, non vuole, non sente ragioni.
L’ho sempre detto io,
Che il dolore più grande è di chi rimane
Non di chi se ne va
E ricordare fa ancora più male
Meglio sforzarsi di dimenticare
Oscurare quei momenti
Che sono adesso solo profondi turbamenti
Tirare avanti è l’unica soluzione
Bisogna farsene una ragione
Ma più ci penso
Più non riesco
A trovare una giusta spiegazione
Al dolore del mondo
All’angoscia di ogni secondo
Quando qualcuno a te caro
Esala l’ultimo respiro.
Io mi domando
Quanto a lungo ancora
Dovremo convivere con questo male
Con l’afflizione ed il dolore.
Per sempre, mi dico.
Per sempre, di certo
E allora che senso ha tutto il resto?

La vita è adesso

Ci voleva proprio una bella camminata. Con questa splendida giornata poi, tersa e soleggiata, una lunga passeggiata non poteva mancare. Ne sono stata felice, mi ha temprata. Ho comunque sudato come pochi! Nonostante mi fossi tolta cappotto e giacchetto, il sole delle 11.30 picchiava forte e l’asfalto rovente non risparmiava di emanare il suo calore.
Una domenica del genere a Roma scatena gli amatori della bicicletta che hanno dovuto sacrificare la loro passione per tutto l’inverno. E mette in moto l’abitudine degli aperitivi all’aperto, con la gente seduta attorno ai tavolini che i bar hanno allestito all’esterno. I parchi giochi si riempiono di famiglie, i bambini piccoli si godono la loro passeggiata in carrozzina ed i cani scorrazzano allegri per i prati verdi.
Sapete cosa provoca in me una giornata simile? Voglia di vivere, di vedere positivo, di scacciare le ansie e le preoccupazioni per stupirsi di quanto di bello c’è nel mondo. Voglia di fare, di cambiare, perché il pianeta, sotto questa luce brillante, mi pare in grado di garantire ogni possibilità. E poi ovviamente voglia di estate, di mare, di viaggi…
Oggi ci vorrebbe proprio un bel gelato per festeggiare.