Diario di viaggio: un weekend Torino – il ritorno

Il mio ritorno a Torino non si è fatto attendere molto. E anche se il titolo del post risuona come quello di un prestigioso quanto apocalittico sequel cinematografico, vi racconterò brevemente il mio itinerario torinese dello scorso weekend.

Dalla mia ultima visita a dicembre, alcuni siti erano rimasti in sospeso e già nella mia testa si aggirava l’idea di organizzare un nuovo viaggio nella città sabauda per completare l’opera.
Dopo una passeggiata, che è d’obbligo, nella zona di Piazza Castello e lungo le vie che a raggiera conducono alle altre piazze dedicate alla casata Savoia, cerchiamo refrigerio dal caldo pungente tra le fronde e gli alberi dei giardini reali. Il complesso delle residenze sabaude è qualcosa di imponente ed ingloba anche la Cattedrale di Torino dove è oggi custodita la Santa Sindone.
Percorrendo via Po raggiungiamo la Mole Antonelliana, così chiamata per la

sua altezza e per il nome dell’architetto che la concepì. L’edificio simbolo di  Torino ospita lo splendido Museo Nazionale del Cinema, che si articola in un percorso interattivo e attentamente allestito a partire dalle origini del cinema tra scatole ottiche e cinematografi, passando per le fasi di realizzazione del prodotto film, le scenografie, le pellicole più celebri, i personaggi simbolo, i generi cinematografici… il tutto all’interno di una struttura fatta di passerelle, ampi spazi con grandi altezze, circondati da manifesti e fotografie iconiche del cinema italiano e internazionale.

Da non perdere è poi l’ascensore panoramico che merita sia per la visione d’insieme apprezzabile dalla testa della Mole, ma sopratutto per il tragitto all’interno del collo della struttura. Dalle pareti trasparenti dell’ascensore si apprezza il restringimento delle pareti della Mole e, guardando alternativamente in alto e in basso, si ha l’impressione di venire risucchiati dalla punta che inghiotte l’ascensore nella sua salita.
 

 

Una gita a Superga è altrettanto meritevole, anche se il mio consiglio è organizzarla durante la settimana per approfittare di un minore affollamento di turisti e di un prezzo ridotto del biglietto della tranvia, il collegamento tra la basilica in collina e la stazione Sassi a Torino.

Il sito è noto per il tragico incidente aereo  del 1949 che ha coinvolto la squadra del Torino (da quel momento soprannominata “Il Grande Torino“) mentre rientrava da una partita amichevole disputata fuori Italia. Persero la vita tutti i giocatori della squadra, giovani 
promettenti campioni, e i preparatori atletici. Le cause sembrano essere legate alle cattive condizioni meteorologiche, ma non si è mai chiarito se c’entrassero in qualche modo guasti tecnici o disattenzioni del pilota. Lo spavento e lo shock del dramma furono tali da spingere la Nazionale Italiana, in partenza per i mondiali di calcio l’anno successivo, a spostarsi in nave.
La targa commemorativa è un punto di interesse che sorge proprio a piedi del terrapieno teatro del disastro. Le immagini, le fotografie e i nomi di quegli sportivi sulle pareti della collina fanno echeggiare il loro ricordo nel tempo e nello spazio.
Rientrando a Torino, ci fermiamo in Via San Tommaso alla Gofreria Piemonteisa  per assaggiare le specialità di street food piemontese, i Gofri, le Miacce e i Miassi.
Il pomeriggio ci dedichiamo ad una passeggiata al Parco del Valentino, lungo le rive del Po, preso d’assalto dai torinesi – giovani, famiglie, coppie, amici – in una domenica di pieno sole.
A conclusione del mio secondo itinerario nel capoluogo piemontese, debbo dire che un weekend risulta essere limitante per visitare a dovere le bellezze architettoniche, naturali ed artistiche che Torino sa offrire. I musei che ho visitato, quello del cinema e quello Egizio, richiedono almeno 3 ore di tempo (se non una mezza giornata), per non parlare di tutti gli altri siti che invece ho mancato. Direi che un 3-4 giorni potrebbero essere la soluzione ideale.
In quanto al resto del Piemonte… che regione! Ho già in mente altre visite gustose e gastronomiche, prima fra tutte ad Alba, dove Piazza Duomo di Enrico Crippa ha recentemente ottenuto il 16° posto nella classifica The World’s 50 Best Restaurants 2018
#Staytuned!

Noi, esseri mutanti.

Ho capito di essere attratta dalle novità.
La novità mi appaga, mi soddisfa, mentre la curiosità mi tormenta e la sete di esperienza mi tortura.

È chiaro che la novità è tale solo se limitata nella sua durata.
Con il tempo, muore. Tutto il suo fascino decade. La permanenza la uccide.

La novità rimane novità solo se essa stessa si rinnova, cambia di continuo, sempre e di nuovo, senza tornare alla versione precedente nè rimanere a quella attuale, ma sviluppandosi in molteplici evoluzioni che la rendono comunque diversa.

Diversa da prima, diversa dal dopo.
Diversa dal solito, dal resto, diversa da tutto.
Diversa dalla routine, dall’abitudine
Dalla monotonia e dalla ripetitività.
Dalla certezza e dalla definitezza.
Libera dall’immobilismo, dai vincoli delle tradizioni, avulsa da stabilità e punti di riferimento.
Dall’inesorabile piattezza delle cose tutte uguali.

Perché siamo esseri in movimento e la stasi non ci appartiene. Individui imprevedibili, mutevoli ed inaspettati. Cangianti e sfaccettati.
Il cambiamento è parte integrante dell’uomo, è una sua componente naturale ed imprescindibile.
Il mutamento è una costante, purché la costante non sia il mutamento.

L’unica costante nella vita è il cambiamento – Buddha

Faber cantautore di poesie: Sally

Credo ci siano canzoni il cui significato è universale, non geograficamente ma umanamente parlando.
Sono valide, applicabili per ognuno di noi, in ogni ambito o fase della vita. Con ciò non intendo sostenere che siano scontate, ma certo è difficile non identificarsi nelle parole struggenti legate alla fine di un amore, di una storia, di una relazione sentimentale. Si tratta di canzoni che parlano di verità e stereotipi nei quali tutti noi, in un modo o nell’altro, ci riconosciamo.

Esistono poi quelle canzoni più affascinanti, interessanti e a mio avviso così intriganti, dotate di un valore strettamente personale e un significato che trova corrispondenza solo per alcuni di noi, in certi momenti precisi della nostra vita.
Sally di Fabrizio De Andrè è, per me, una di queste.

Ovviamente sappiamo come i testi di Faber siano apprezzabili da un pubblico adulto, e poco importa che da piccola mia madre mi faceva ascoltare la sua voce in macchina alzando a tutto volume (ma mai così eccessivo) l’album riarrangiato con la PFM. Poco conta che Volta la Carta parli di Angelina che si diverte a girare le carte dei suoi ricordi in una filastrocca che ha come protagonista perfino Madama Dorè, o che Andrea sia un bel ragazzo con i riccioli d’oro, dal fascino alquanto bucolico e fiabesco, o che Bocca di Rosa si giochi su rime che ricordano anche bambini. È chiaro che De Andrè necessita di interlocutori “maturi”, in grado di penetrare i molteplici significati trasmessi dalle sue canzoni.

Tornando all’album con la PMF, è un vero peccato che all’epoca mia madre avesse solo il primo volume – e che ve lo dico a fare – contenente già pezzi di un certo spessore come Il Pescatore, Un Giudice, La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Amico Fragile.
Il secondo volume della collezione si apre con Sally, rielaborata e riarrangiata partendo dal pezzo originale presente nell’album Rimini.

Ecco, Sally è una di quelle canzoni che non puoi capire da bambino e che, anche cresciuto, non ti accontenti di ascoltare e canticchiare ripetendo parole vuote e prive di senso.
È un brano che ho cercato di studiare e interpretare leggendo commenti in rete, ma mi sono accorta della sua presa su di me solamente vivendo nel profondo quel desiderio di esplorare il bosco, scuro e con l’erba alta, per giocare all’aperto con zingari e sconosciuti. Ho sperimentato il richiamo del tamburello e assecondato il mio istinto di esplorare il mondo traghettata da una sponda all’altra della vita grazie a un pesciolino cieco e dorato. Un coltello in mezzo ai seni l’ho avuto, anche quello, e quando mi sono guardata allo specchio ho visto riflessa la mia immagine di assassina. L’eroina? Quella no, non l’ho provata. L’adrenalina sì, però. E un bacio sulla bocca che ha fatto sfumare tutto il resto, in un baleno, frantumando la fortezza che proteggeva la mia ostinata perfezione.
La strada della perdizione è ormai intrapresa.
Dite a mia madre che non tornerò.

Vi lascio il testo di Sally, incredibilmente bella, drammaticamente cruda e tremendamente umana, come solo Faber sa essere.

Mia madre mi disse – Non devi giocare
con gli zingari nel bosco.
Mia madre mi disse – Non devi giocare
con gli zingari nel bosco.

Ma il bosco era scuro l’erba già verde
lì venne Sally con un tamburello
ma il bosco era scuro l’erba già alta
dite a mia madre che non tornerò.

Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino d’oro.
Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino cieco.

Gli montai sulla groppa sparii in un baleno
andate a dire a Sally che non tornerò.
Gli montai sulla groppa sparii in un momento
dite a mia madre che non tornerò.

Vicino alla città trovai Pilar del mare
con due gocce d’eroina s’addormentava il cuore.
Vicino alle roulottes trovai Pilar dei meli
bocca sporca di mirtilli un coltello in mezzo ai seni.

Mi svegliai sulla quercia l’assassino era fuggito
dite al pesciolino che non tornerò.
Mi guardai nello stagno l’assassino s’era già lavato
dite a mia madre che non tornerò.

Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi
sulla strada le sue bambole bruciavano copertoni.
Sdraiato sotto il ponte si adorava il re dei topi
sulla strada le sue bambole adescavano i signori.

Mi parlò sulla bocca mi donò un braccialetto
dite alla quercia che non tornerò.
Mi baciò sulla bocca mi propose il suo letto
dite a mia madre che non tornerò.

Mia madre mi disse – Non devi giocare
con gli zingari nel bosco.
Ma il bosco era scuro l’erba già verde
lì venne Sally con un tamburello.