Serate diverse, serate romane: mangiare la carbonara da Luciano Monosilio

Un nome una garanzia.

Ora sarebbe da chiedersi se già pronunciando “carbonara” si ha la certezza di andare sul sicuro, o se è il nome di Luciano Monosilio – semplicemente e calorosamente Luciano è l’insegna del ristorante, dal sottotitolo Cucina Italiana – rappresenta il “sigillo di qualità” di un piatto che, almeno per quanto mi riguarda, regna incontrastato nell’olimpo dei primi della tradizione romana.

Chef stellato che fino a qualche mese fa governava la cucina del ristorante Pipero, Luciano Monosilio ha dato vita al suo progetto solista suonando le corde che gli erano più congeniali e che lo hanno reso noto al pubblico.

La sua carbonara è una specie di leggenda ed è sempre stata un desiderio proibito del mio inconscio, che avrei prima o poi soddisfatto, a cena da Pipero o dovunque essa potesse trovarsi – con tutta probabilità mangerei la sua carbonara pure a portar via, in ogni momento della giornata, tanto insistente è l’appetito che solletica.

Ma andiamo con ordine.

Il locale interno è rustico, con maioliche e pareti dai colori verde acqua; lo stile si avvicina molto di più ad una trattoria che ad un ristorante gourmet.

 

Sui tavoli le posate sono nascoste dentro una scatola di latta che riporta il nome del locale; non ci sono tovaglie, in linea con gli ultimi e più recenti trend di mise en place.

Nel menu, una grande pagina unica, gli antipasti spaziano tra burrata, supplì e polpette, al sugo o di bollito.

Troneggia tra le proposte dei primi ovviamente lei, la regina delle paste, la sovrana degli spaghetti (e se preferite la pasta corta, mi dispiace, cucinatevela a casa perché questo posto non fa per voi). La carbonara, musa, dea e gaudente ispirazione di pranzi e cene. Lei che popola i sogni e le fantasie di ogni italiano con un minimo di cultura del cibo. Lei che stuzzica l’appetito solo a sentirla nominare.

La carbonara di Luciano è una porzione discretamente abbondante, arriva sul tavolo e sprigiona già un profumo che manda in tilt l’olfatto e le papille gustative in fase preparativa. Spaghetti (tanti) fatti in casa, uovo, pepe, guanciale, pecorino e Grana Padanoin uguali quantità.

La cremina è alla vista estremamente invitante, e si rivela tale anche all’assaggio, sciogliendosi in bocca mentre si mastica la pasta. Questa è sapida al punto giusto, non eccessivamente pepata né carica di pecorino, addolcito dal Grana sapientemente dosato. Il guanciale è croccante all’esterno ma morbido e succulento all’interno, lo spaghetto ha una consistenza invidiabile e raccoglie che è una meraviglia. Le componenti si fondono armoniosamente in un equilibrio di sapori che esplodono nel palato in tutta la loro intensità sprigionando una sensazione di enorme piacevolezza.

Una etichetta attaccata al piatto con una mollettina riporta la ricetta: niente segreti, niente ingredienti misteriosi. Senza trucco e senza inganno. Incredibilmente buona, buona così, così come una carbonara deve essere. Verace e genuina.

Bohemian Rhapsody [Bryan Singer]

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality.

Ho letto la critica, ho approfondito qualche recensione, mi sono documentata sul web dopo la visione del film.

Perché mi piace scrivere a freddo, elaborare le sensazioni e tentare di metterle nero su bianco, anche se – credetemi – nel caso di Bohemian Rhapsody  ci vorrebbero almeno dieci giorni per smaltire la carica di adrenalina e di energia che si avverte dopo aver lasciato la sala.

Quindi ho letto vari commenti, dai più entusiasti a più critici: c’è chi non si spiega come mai si sia deciso di chiudere il film con l’esibizione dei Queen durante il Live Aid a Wembley, 13 luglio 1985 (che data signori, che gran data…tornerei seduta stante in mezzo a quella folla, se solo avessi ora una  macchina del tempo a disposizione!), senza proseguire con il racconto degli ultimi anni di attività della band, coincidenti con un decadimento sempre più incessante della salute di Mercury. Salute, peraltro, che si evince come già precaria prima della performance al Live Aid.

C’è chi non ha amato la dentatura troppo protesa di Rami Malek, nella sua impresa superlativa, a mio parere, di rendere omaggio all’immortale Freddie. Difetto, se così lo vogliamo chiamare, del tutto perdonabile.

Insomma, non è una responsabilità di poco conto. E’ chiaro che chi non ama il personaggio non potrà mai solo lontanamente percepire la grandezza del leader dei Queen, uno dei frontman più favolosi di tutta la storia della musica. Chi condivide con me questa insana passione, converrà che per un attore non è affatto facile incarnare il personaggio e vestire gli indumenti (o non-indumenti) di un colosso del genere. E’ un lavoro tremendamente arduo e ricco di incognite, cominciando per esempio dall’annoso dilemma che divide i fanatici: imitazione pedissequa o libera interpretazione del personaggio?

Eppure tutti gli interpreti sono stratosferici (impressionante la somiglianza di Gwilym Lee con Brian May…), Malek in prima linea. L’espressività c’è, ed è mostruosa, le movenze sul palco sono pazzesche, identiche,sovrapponibili in ogni dettaglio all’originale; c’è lui, quel mostro sacro di Freddie Mercury, animale da palcoscenico, selvaggio, indomito ed eccentrico, ma anche anima sola, quasi abbandonata, in una vita privata fatta di lussi, eccessi e vizi. Carica di impegni, piena di persone, ma vuota, forse, di reali sentimenti.

Ho comunque apprezzato anche questo, ovvero l’abilità di non scadere nel gossip dei suoi trascorsi personali, controversi e discutibili, e di non lasciarsi sedurre dal sensazionalismo della sua condotta privata, indice di una personalità spesso sola, insicura, fragile. Se ne parla, ovvio, ma Bohemian Rhapsody è un biopic sui Queen, non vuole essere un film biografico su Freddie Mercury (nato – per inciso – Farrokh Bulsara da una famiglia indiana parsi).

E menomale che l’apice, la performance entusiasmante al Live Aid nella scena finale, costituisce effettivamente la conclusione del film, seguita da un breve racconto scritto sulle ultime fasi della vita del leader dei Queen. Menomale perché, oltre ad essere una delle loro esibizioni più memorabili, è un momento catartico, si vive con il cuore in gola e i brividi che corrono lungo la schiena, salgono lungo le gambe e percorrono tutto il corpo in una apoteosi di pura estasi.
Venti minuti di estrema energia, il culmine di un insieme di emozioni che esplodono sul palcoscenico con una potenza indescrivibile, dopo un viaggio che è sempre un crescendo e che ripercorre gli esordi, gli sviluppi, i successi, la consacrazione e l’affermazione dei Queen come pietra miliare nel panorama del rock.
Senza tralasciare, comunque, di gettare uno sguardo sulla progettazione dei pezzi, le discussioni relative alle tracce da inserire negli album e da presentare come singoli. Si deducono anche diverse dinamiche di tensione fra i componenti della band, gli attriti interni, e si racconta del distacco di Freddie, la sua breve parentesi solista, prima di rientrare in “famiglia”.

Nessuna pellicola di 45 minuti può avere la pretesa di essere la fedele ed esauriente rappresentazione di quindici densissimi anni di storia musicale (1970-1985; Innuendo esce in realtà nel 1991, poco prima della morte di Freddie, ma non è trattato nel film).
Bohemian Rhapsody è un’opera che, a mio avviso, può dirsi completa, estremamente godibile e magistralmente realizzata.

E lasciatemelo affermare ancora, in nome di Galileo! Rami Malek è assolutamente fenomenale. Oscar per lui?

Diario di Viaggio: Ninfa e Sermoneta

[Prosegue da Diario di Viaggio: Anagni e Rocca Massima]

Nonostante la pioggia battente che accompagna gran parte della nostra visita, i Giardini di Ninfa sono affascinanti così come li ricordavo (li avevo già visti in primavera, in tutt’altro clima).

Oggi gestiti dalla Fondazione Caetani, i giardini esaltano la loro bellezza grazie alla presenza di alberi provenienti da tutte le parti del mondo e cresciuti in un microclima del tutto particolare e circoscritto al giardino. Pini messicani, ciliegi cinesi e giapponesi, piante aromatiche come la lavanda e alberi da frutto come i banani, sono solo alcuni tra gli esempi floristici che si incontrano in questo luogo fatato. Molti di essi, peraltro, sono stati introdotti nel giardino agli inizi degli anni ’20 e hanno raggiunto quindi un’età quasi secolare! Inoltre, le rovine dell’antica città medioevale, tra ruderi di mura, chiese, abitazioni e pontili, contribuiscono a rendere il parco ricco di angoli paradiasiaci da immortalare in fotografie.

Informazioni di servizio
I Giardini di Ninfa sono visitabili da aprile a novembre in giornate di apertura prestabilite (generalmente il weekend o i festivi). Il calendario è disponibile sul sito www.giardinodininfa.eu 
Il contributo di ingresso è di €15 e può essere acquistato anche online.

Bonifacio VIII è senza dubbio il denominatore comune di questi due giorni. Nato ad Anagni come Benedetto Caetani (i nobili proprietari di Ninfa, del Castello di Sermoneta e di vari possedimenti da Fiuggi a Norma), il papa dà anche il nome al ristorante tappa del nostro pranzo a Sermoneta, la Locanda Bonifacio VIII.

Sermoneta ci ammalia sin dai primi passi entro le sue mura. Dal fascino medioevale, forse ancora più evidente di Anagni, il paesino sorge su una collina che domina con un bellissimo castello, il Castello Caetani, purtroppo non oggetto della nostra visita. Lo raggiungiamo inerpicandoci lungo le viuzze del centro, ma vista l’ora tarda non riusciamo a dedicargli l’attenzione che meriterebbe.
Entriamo invece nella Cattedrale di Santa Maria, che sorge in una piazzetta un po’ nascosta ma incantevole. Il campanile è solenne, l’interno è altrettanto affascinante.
Sermoneta si presta molto come set cinematografico ed è infatti la location dove è stata girata la famosa scena del Memento Mori in Non ci resta che piangere, oltre che la serie televisiva I Borgia.

Purtroppo i piedi inumiditi, le scarpe bagnate e il cielo che non accenna ad aprirsi non ci consentono di dilungarci nel giro in città.
Inutile dire che vorrò tornarci, anche perché ho adocchiato un paio di forni specializzati in dolcetti tipici e dai cui laboratori proveniva un profumino davvero invitante…